[Grindcore] Fuck the Facts – Disgorge Mexico (2008)

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  Borders – No Return – Absence And Despite – Kelowna – As Empires Expand And Collapse – Dead End – Driving Through Fallen Cities – La Culture Du Faux – State Of Panic – No Place For – The Storm – Apathy Is A Karma Killer – Golden Age – The Pile Of Flesh

 

Borders – No Return – Absence And Despite – Kelowna – As Empires Expand And Collapse – Dead End – Driving Through Fallen Cities – La Culture Du Faux – State Of Panic – No Place For – The Storm – Apathy Is A Karma Killer – Golden Age – The Pile Of Flesh You Carry – Sleepless

http://www.fuckthefacts.com
http://www.myspace.com/fuckthefacts
http://www.relapse.com

Nuova fatica per i canadesi Fuck the Facts. A due anni da Stigmata High-Five, ecco il qui presente Disgorge Mexico, un lavoro in cui la band non cambia quasi nulla rispetto al platter precedente, mettendo in mostra (ancora una volta) i grandi pregi, e gli innegabili difetti, che purtroppo hanno fatto dei Fuck the Facts solo una buona formazione con grandi potenzialità, incapace di compiere il fatidico salto di qualità.

Per chi già conosce il terzetto di Ottawa, non servirà molto tempo per assimilare le quindici tracce presenti, per i nuovi arrivati consiglio solo di munirsi di santa pazienza (e qualcosa contro il mal di testa), perché Disgorge Mexico è un disco dannatamente ostico, volutamente intricato, aspro, e difficile da approcciare. Ricco, anzi ricchissimo di sfumature e divagazioni tipiche, con quel gusto tutto canadese di “sconvolgere” sempre la retta via per seguire sentieri tortuosi, dove solo pochi riescono però a ritrovarsi e a concludere il tutto in modo organico.

I Fuck the Facts, arrivati ormai all’ottavo album in studio (oltre a una miriade di altre pubblicazioni), hanno mostrato ancora una volta di lasciarsi prendere dalla frenesia e dall’importante mole di idee messe sul piatto, e l’incapacità di venire a capo. Il grindcore a cavallo tra tradizione e derive moderne (The Dillinger Escape Plan su tutti), è ancora una volta ben suonato, ma privo di spessore, troppo spezzettato tra i continui cambi di regime, stop and go, e riff dissonanti, alternando momenti di buonissima fattura ad altri decisamente sottotono, in cui viene a mancare un filo logico. Ormai si è capito che ai nostri non interessa trovarlo, ma quello che difetta ai Fuck the Facts è la continuità, non solo all’interno del disco, ma anche negli stessi brani (vedi i nove minuti di The Storm), ovvero la caratura di fare e creare senza limiti, rimanendo sempre sul pezzo.

Tanta carne al fuoco ma poco arrosto si potrebbe dire, l’ennesima occasione “sprecata”. Mel Mongeon (cantante donna che darebbe paga a diversi colleghi maschi) e compagni, rimangono ancora nel limbo dei promettenti, anche se, dopo quasi dieci anni di carriera, sarebbe più indicato chiamarli come l’eterna promessa mai pienamente sbocciata.

Stefano Risso

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