[Grind/Death Metal] Cattle Decapitation – The Harvest…

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  [Grind/Death Metal] Cattle Decapitation – The Harvest Floor (2009) The Gardeners Of Eden – A Body Farm – We Are Horrible People – Tooth Enamel & Concrete – The Ripe Beneath The Rind – The Product Alive – In Axetasy – Into The Public Bath – The Harvest Floor – Regret & The Grave

 

[Grind/Death Metal] Cattle Decapitation – The Harvest Floor (2009)

The Gardeners Of Eden – A Body Farm – We Are Horrible People – Tooth Enamel & Concrete – The Ripe Beneath The Rind – The Product Alive – In Axetasy – Into The Public Bath – The Harvest Floor – Regret & The Grave

http://www.cattledecapitation.com/
http://www.metalblade.com/

Una delle band più “fulminate” degli ultimi anni, capace di creare degli album nei quali la tematica base è l’estinzione dell’umanità, meriterebbe il rispetto a prescindere. Ancora di più tenendo conto del fatto che queste persone sono tutte vegetariane. Peccato che la musica non segua di pari passo la genialità del concept, che è di fatto il vero trademark di questo act californiano.

La proposta dei Cattle Decapitation, infatti, è ostica per grandissima parte degli ascoltatori, escludendo quella gente (pochissima) che riesce a vivere nutrendosi solo di pane e “techno-grind”. “The harvest floor” potrebbe essere riassunto così: un mix di death metal e grind, condito da blast beat, frequenti (fin troppo..) cambi di tempo, ritmiche dispari (a tratti sembra anche di sentire i Meshuggah) stacchi impossibili, dissonanze e rarissime parti melodiche, peraltro concentrate alla fine del disco. Una varietà che dimostra il fatto che il quartetto di San Diego vuole osare veramente troppo, arrivando al punto di proporre un album ricco di spunti interessanti, ma così complesso da risultare ostico e inascoltabile ai più.

Tutto questo richiede una tecnica fuori dal comune, cosa che emerge con una certezza quasi matematica già dal primo ascolto. Una sezione ritmica assurda, un chitarrista tecnicamente ineccepibile e un frontman tra i più dotati in circolazione, Travis Ryan, che spazia senza alcun problema dal growl allo screaming. Un album difficile, un piatto per pochi palati allenati, che troveranno questo disco indispensabile e lo piazzeranno sicuramente tra le migliori uscite dell’anno; per gli altri, soprattutto se non abituati ad ascoltare certe sonorità, sarà difficile arrivare anche solo alla fine della prima traccia.

Nicola Lucchetta

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