Holy Martyr – Invincible

Holy Martyr Invincible /5
Gli Holy Martyr vengono spesso spacciati per una band epic metal tout court, e perciò accomunati con i più recentemente famosi alfieri italici del genere, Doomsword in primis. Sicuramente le tematiche trattate nei loro dischi sembrerebbero far propendere per quest’ipotesi, tuttavia a parte alcune saltuarie accensioni ‘wagneriane’ il gruppo sardo non ha mai avuto molto

Gli Holy Martyr vengono spesso spacciati per una band epic metal tout court, e perciò accomunati con i più recentemente famosi alfieri italici del genere, Doomsword in primis. Sicuramente le tematiche trattate nei loro dischi sembrerebbero far propendere per quest’ipotesi, tuttavia a parte alcune saltuarie accensioni ‘wagneriane’ il gruppo sardo non ha mai avuto molto a che spartire con nomi quali Manowar e Manilla Road, almeno a livello puramente musicale. Il loro è più un heavy metal dai tratti essenzialmente classici, e “Invincible”, terzo full – length e successore del bellissimo “Hellenic Warrior Spirit” (2008), getta del tutto la maschera e dimostra meglio degli altri la vera essenza del quintetto.

Dalla Grecia classica si è passati al Giappone dei samurai, altro scenario ideale per far da sfondo alle vicende di onore, guerra, lealtà e tradimento narrate dai Nostri. La musica, invece, è rimasta sostanzialmente la stessa; semplicemente nelle 10 tracce che compongono questo bel disco risultano ancor più palesi i grandi amori degli Holy Martyr: su tutti gli Iron Maiden, che fin dall’intro “Iwo Jima”, con le loro inconfondibili armonizzazioni chitarristiche, monopolizzano gran parte dell’ispirazione dei vari episodi, soprattutto la title – track, “Sekigahara” e “Shichinin No Samurai”, queste ultime davvero una sintesi (realizzata benissimo, precisiamo) di gran parte del Maiden Style, chitarre ‘sdoppiate’ e assoli al fulmicotone compresi (ancora una volta, lode al buon gusto della coppia di asce formata da Ivano Spiga ed Eros Melis). Nel mezzo di questo flusso sonoro scorrono però anche altre suggestioni, che danno al complesso un tocco comunque personale, innalzandolo di molto rispetto al livello di meri cloni maideniani; c’è un pizzico di power nelle ritmiche, il quale a volte si confonde e sfocia nel thrash, ci sono rimandi ai Judas Priest, e sì, c’è anche una componente epic che fa capolino in particolare negli ultimi brani di “Invincible”, e che rende ad esempio “Kagemusha” un ibrido fra i Manowar e i primi Domine, quelli del capolavoro “Champion Eternal”.

Diatriba su quanto siano epici oppure no, quel che conta è che “Invincible” non fa affatto rimpiangere i suoi predecessori, dimostrando tutta la qualità degli Holy Martyr. Consigliato senz’ombra di dubbio a tutti i metallari nostalgici e a chi, seppur ancora giovane, ritenga che gli anni Ottanta siano stati il non plus ultra per questo genere di musica.

Stefano Masnaghetti

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