Il Malpertugio, Demonios

il-malpertugio-demonios-recensione-2014 4/5
Il nuovo EP de Malpertugio, "Demonios", torna ad incendiare gli impianti stereo degli inossidabili fan dello stoner più spietato e vulcanico. Un lavoro completamente autoprodotto talmente efficace da rendere difficile accontentarsi di sei brani.

A distanza di tre anni da “Sunset Screaming”, vero debutto discografico della band casertana, torna Il Malpertugio con un nuovo EP, “Demonios”, per continuare a incendiare gli impianti stereo degli inossidabili fan dello stoner più spietato e vulcanico.

Il vecchio malefico clown dalle lunghe unghie e dai denti affilati è insomma tornato a provocare: è sempre bello vedere la cara effige della band squarciare il velo dietro cui non vuole restare celata troppo a lungo. Questa volta ci appare come il folle abitante di un’arida landa desertica dai vividi colori, caleidoscopico mondo generato da un potente e immaginifico peyote, prodotto della fervida immaginazione di Simone Lucciola, noto fumettista e punk-rocker. Per meglio comprendere la potenza sonora di cui ci accingiamo a parlare sarebbe molto più semplice metter su il primo brano-molotov, “Cosmic Cellar Journey”, il cui riff di apertura provoca seri disturbi al controllo delle emozioni – vi sfido: chi riuscirà a trattenersi dal mettere il volume a manetta? Davvero, adrenalina pura. Dobbiamo aspettare il secondo brano, “The Overload”, per ascoltare invece la voce di Ivan Franzini: tesa, duttile, sempre impegnata in voli pindarici tra tradizione rock e influssi dell’est mediorientale.
Per il resto è quello a cui siamo abituati quando ascoltiamo Il Malpertugio, cosa ben gradita ai fan della prima ora: solito wall of sound, riff di sabbathiana memoria, attitudine heavy e rifinitura con rumorismi ed effettistica varia sempre molto suggestiva. Sarebbe una vera sorpresa il singolo “Child of the Clouds”; non lo è solo perché è stato il brano apri-pista dell’album. Trattasi di un bozzetto bluesy dove l’elettricità ha lasciato il posto a strumentazione artigianale, dove ritroviamo il noto scacciapensieri e dove la cassa della batteria è semplicemente il piede che batte il tempo sul parquet della sala di registrazione. Momento che offre ristoro al nostro sistema uditivo, reduce dalla traccia tritasassi “Sign of an open eye” (molto old-school rock) e in attesa di subire i colpi di “Demonios”, finale in cui è possibile seguire la scia che collega “Sunset screaming” a questo nuovo lavoro.

In conclusione possiamo solo dire che purtroppo sei pezzi sono pochi, e tutti noi avremmo preferito poter ascoltare un album vero e proprio. Si può essere così egoisti? Se dopo sei pezzi non ti sei accontentato non significa solo che sei un po’ egoista, ma soprattutto che la band ha fatto un ottimo lavoro. Del resto “Demonios” è un dischetto autoprodotto, e sebbene suoni come un disco masterizzato nei migliori studi di Los Angeles, in fase di produzione la scelta ha inevitabilmente i suoi pro e i suoi contro. Possiamo però consolarci con i live, cui ho avuto il piacere di assistere più di una volta, e che mi sento caldamente di consigliarvi. Go Demonios!


Condividi.