In Flames – Sounds Of A Playground Fading

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Stromblad che molla un annetto fa per problemi personali, un nuovo contratto discografico e, per la prima volta dopo anni di regolarità, il nuovo album degli In Flames esce a tre anni di distanza (anziché due) dal precedente. Le attese erano sicuramente alte e la curiosità parecchia per una band che per molti ha dato

Stromblad che molla un annetto fa per problemi personali, un nuovo contratto discografico e, per la prima volta dopo anni di regolarità, il nuovo album degli In Flames esce a tre anni di distanza (anziché due) dal precedente. Le attese erano sicuramente alte e la curiosità parecchia per una band che per molti ha dato il meglio a inizio anni duemila (non consideriamo i nostalgici di “Jester’s Race” e “Whoracle” di metà novanta) e per altri ha definito del tutto la propria evoluzione con il buonissimo “Come Clarity” (2006). La conferma di “Sounds Of A Playground Fading” purtroppo è una sola: non ce n’è più.
Nonostante le atmosfere plumbee, incupite, una produzione eccezionale e un sound veramente huge, la maggior parte dei pezzi non convince e, anzi, pare che la band debba inserire a forza delle canzoni dove viaggia a mille (“The Puzzle” è piattissima) semplicemente perché sa benissimo che i fans se le aspettano. Non va molto meglio con i mid tempos, già la partenza con titletrack e “Deliver Us” non aggiunge veramente nulla a quanto già ascoltato da “Cloud Connected” (2002) in poi; l’elettronica di rito non sorprende più come quando fece venire infarti plurimi ai puristi su “Satellites And Astronauts” sul clamoroso “Clayman” di inizio secolo.
Paradossalmente è “The Attic” a far pensare che forse gli In Flames avrebbero probabilmente voglia di fare un disco tutto così da chissà quanti anni. C’è un flavour di gothic e dark for dummies diffuso ovunque e “Ropes”, infine, è una delle cose più brutte della carriera dei ragazzi. Il colpo di coda arriva tardi e sul finire delle danze: “Jester’s Door” è un intermezzo decente che precede “A New Dawn”, track che farà piangere di gioia chi li ha scoperti nel 2000. Se il disco fosse iniziato così, avrebbe per lo meno avuto tutto un altro impatto, invece questo pare una chiara, ennesima, estemporanea celebrazione della band per tempi andati che non torneranno più. Peccato, perché tra i momenti migliori di un album piattissimo ci sono sicuramente questi due pezzi, inclusa “Liberation”, conclusione rock senza pretese ma gradevole. Un lavoro confusionario e poco chiaro, ora spazio al tour, luogo in cui gli Svedesi non cannano mai, ma il futuro è quanto mai nebuloso…

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