[Industrial Metal] Ministry – The Last Sucker (2007)

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Let’s Go – Watch Yourself – Life Is Good – The Dick Song – The Last Sucker – No Glory – Death & Destruction – Roadhouse Blues – Die In A Crash – End Of Days (Pt. 1) – End Of Days (Pt. 2) www.thirteenthplanet.com/ministry/www.thirteenthplanet.com Pare proprio che Al Jourgensen faccia sul serio: “The Last


Let’s Go – Watch Yourself – Life Is Good – The Dick Song – The Last Sucker – No Glory – Death & Destruction – Roadhouse Blues – Die In A Crash – End Of Days (Pt. 1) – End Of Days (Pt. 2)

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Pare proprio che Al Jourgensen faccia sul serio: “The Last Sucker” dovrebbe costituire il canto del cigno per i suoi Ministry, nonché l’ultimo capitolo della trilogia anti – Bush. Per l’occasione il Nostro si è circondato di ospiti prestigiosi, tra i quali Tommy Victor (Prong) e Burton C. Bell (Fear Factory); insomma, non si può dire che non abbia fatto le cose in grande.

Al di là della specifica situazione nel quale questo disco esce, e delle solite tematiche politiche, quello che stupisce è il rinnovato vigore della musica, mai così convincente da anni a questa parte. Se “Houses Of The Molè” e “Rio Grande Blood” altro non erano che album mediocri, nei quali l’invettiva ideologica serviva a mascherare la pochezza della parte musicale, “The Last Sucker” non rinuncia alla prima ma, nello stesso tempo, riesce nell’impresa di centrare il bersaglio anche per quanto riguarda il songwriting. Era da parecchio tempo che l’interazione tra elettronica e metal non dava questi risultati, e i brani dal sicuro impatto sono numerosi: “Watch Yourself” è un vero e proprio anthem, forse il vertice del disco, in cui campionamenti cacofonici e chitarre secche e rumorose s’innestano su di una base ritmica spinta a 300 all’ora; “The Dick Song” e “No Glory” riportano alla mente i Ministry pre – “Psalm 69″, quelli più urticanti e influenzati dal suono industriale. Salutare è anche la scelta dei suoni, mai così essenziali e scarni, perfetti nel sottolineare la furia esecutiva dei musicisti.

Ovviamente non mancano le cadute di tono (cfr. l’inutile cover di “Roadhouse Blues” dei Doors e la punk – oriented “Die In A Crash”, quest’ultima una sorta di minestrone Dead Kennedys – Clash riletto in chiave industrial thrash), ma rispetto al passato recente non sono così rilevanti da compromettere la tenuta del disco, che si mantiene su di un livello straordinariamente alto.
Addio tanto bello quanto inaspettato. Adesso non ci resta che attendere i futuri sviluppi della carriera di Al.

S.M.

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