[Industrial Metal] Nine Inch Nails – With Teeth (2005)

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Difficilissimo per me parlare del ritorno di Reznor con la giusta “distanza”, a causa del mio amore per tutto ciò che in passato ha creato: lo ritengo, infatti, uno dei pochi veri geni degli ultimi vent’anni, capace di presentare in formato rock e popolare influenze che vanno dall’industrial più malato (Throbbing Gristle e in generale la prima scena industriale inglese) al dark più cupo e disturbante. Ma, anche cercando di essere il più indulgente possibile, non posso tacere di essere stato deluso, almeno in parte, da questo suo nuovo album. Sei anni di silenzio sono tanti, e constatare che il risultato non è paragonabile ai capolavori passati lascia con l’amaro in bocca. “With Teeth” è semplicemente l’opera riepilogativa di un artista che fino ad ora, ad ogni suo disco, aveva concepito un capolavoro capace di essere sempre un passo avanti rispetto al suo predecessore. Oggi non è più così, e i suoi Nine Inch Nails si tuffano invece nel recupero di sonorità che parevano ormai riposte nel cassetto dei ricordi: principalmente si tratta delle melodie molto vicine al synth – pop intriso di dark wave che avevano caratterizzato il loro debutto, “Pretty Hate Machine”, senza dimenticare del tutto la dinamica elettrica/elettronica del precedente “The Fragile” (un disco forse troppo impegnativo ed emotivamente dispendioso per poter essere replicato). Ogni brano presenta precisi riferimenti al passato, a partire da “Every Day Is Exactly The Same”, “Only” e il singolo “The Hands That Feeds”, tutti e tre usciti direttamente dagli anni Ottanta: peccato che, a parte il secondo, il livello di scrittura e d’ispirazione sia piuttosto modesto, finendo per far sembrare queste canzoni pallide imitazioni di classici come “Head Like A Hole” e “Something I Can Never Have”. Non va molto meglio quando i modelli sono mutuati da “The Fragile”, e questo è il caso della title – track, un episodio minore in un disco minore, anche se l’opener “All The Love In The World” riesce a far meglio puntando nella stessa direzione, con un crescendo melodico degno di nota. Quasi del tutto trascurata, invece, la bestiale carica distruttiva di “The Downward Spiral”: ma d’altra parte questa è forse l’opera più melodica e rassegnata che Trent abbia mai scritto, direi quasi “crepuscolare”, e la sua fotografia in via di dissoluzione all’interno del libretto è un chiaro segno di una stanchezza esistenziale che questa volta, purtroppo, si è ripercossa anche sul risultato creativo. Non tutto è da buttare, ci mancherebbe, e le rasoiate di “You Know What You Are?”, l’acidità elettronica di “Sunspots”, l’atmosfera claustrofobica ed epica di “The Line Begins To Blur” stanno a testimoniare che il vecchio Trent ha ancora qualcosa da dire, e che soprattutto riesce ancora a dirlo; ma l’involuzione creativa è troppo evidente perché non sia notata, rendendo in ultima analisi “With Teeth” niente più che un buon disco, lontano mille miglia dall’eccellenza artistica che aveva reso gli episodi precedenti dei momenti epocali nella storia della musica “dura”.

S.M.

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