[Industrial] Nine Inch Nails – Year Zero (2007)

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Hyperpower! – The Beginning Of The End – Survivalism – The Good Soldier – Vessel – Me, I’m Not – Capital G – My Violent Heart – The Warning – God Given – Meet Your Master – The Greater Good – The Greater Destroyer – Another Version Of The Truth – In This Twilight –


Hyperpower! – The Beginning Of The End – Survivalism – The Good Soldier – Vessel – Me, I’m Not – Capital G – My Violent Heart – The Warning – God Given – Meet Your Master – The Greater Good – The Greater Destroyer – Another Version Of The Truth – In This Twilight – Zero Sum

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A neppure due anni di distanza dal disco precedente, ritorna Trent Reznor con i suoi Nine Inch Nails; un brevissimo lasso di tempo per lui, se si considerano i tempi biblici ai quali in passato ci aveva abituati. Nonostante ciò, “Year Zero” risulta essere un’opera molto più coraggiosa e convincente del modesto “With Teeth”, vera e propria delusione per il sottoscritto.

Evidentemente a Trent ha giovato la condizione di assoluta solitudine in cui ha composto l’album, ideato, scritto e registrato mentre si trovava in tour: probabilmente quello che gli serviva per ritrovare, almeno in parte, l’ispirazione perduta. Anche il materiale sonoro trattato in “Year Zero” è figlio di questa condizione di isolamento volontario, e le conseguenze sono fortunatamente positive. Se “With Teeth” era una sorta di riepilogo poco convincente delle sonorità e delle strutture dei vecchi capolavori, segnatamente di “Pretty Hate Machine” e “The Fragile”, questa nuova fatica ricerca altre vie espressive e si butta a capofitto nella sperimentazione elettronica: i Nine Inch Nails non avevano mai mostrato così scopertamente la loro componente noise – industrial in passato.

Poco spazio è stato lasciato ai brani più ruffiani e orecchiabili, eccezion fatta per i pur buoni “Survivalism” e “Capital G”, gli unici punti di contatto con il disco precedente: il resto è un’immersione nel rumore bianco che trova i suoi vertici nei disturbi cacofonici di “Vessel” e di “The Greater Destroyer”; la creatura di Reznor non è mai stata così tanto sintetica e così poco metal, e d’altronde la prima musica industriale inglese di Throbbing Gristle e compagnia disturbata e disturbante è sempre stata una delle sue fonti d’ispirazione maggiori. “Year Zero” pare quasi un omaggio a questa corrente musicale, attualizzata con suoni e produzione all’avanguardia, e mitigata dal solito, straordinario senso della melodia che è costitutivo del DNA dell’artista Statunitense (cfr. “The Good Soldier” e il triste brano strumentale “Another Version Of The Truth”). Questo dualismo tra disarticolazione rumorista e passaggi quasi ambient è perfettamente funzionale, tra l’altro, a dipingere il mondo sconvolto dalla guerra e dal fanatismo di cui si parla nell’album.

Rimane da sottolineare il rinnovato coraggio di guardare avanti, lasciare alle spalle le soluzioni più abusate e rimettersi in discussione per l’ennesima volta: non abbastanza per ripetere l’exploit di un disco epocale e immortale quale è “The Downward Spiral”, ma più che sufficiente per rilanciare pienamente il nome dei Nine Inch Nails nel firmamento di quei pochi grandi gruppi storici che hanno ancora molto da dire.

S.M.

 

Atteso ritorno dei Nine Inch Nails di Trent Reznor, dopo solo un anno (dati i tempi di lavorazione solitamente biblici) dal mediocre ‘With Teeth’.

Questo ‘Year Zero’ non è mediocre ma è poco al di sopra della sufficienza. Le idee latitano ancora, e se fortunatamente ci siamo lasciati alle spalle la disarmante linearità e semplicità che avevano caratterizzato il lavoro precedente, non ci troviamo di certo di fronte a un disco epocale. Certo i NIN di disco epocale ne hanno fatto già uno, e sarebbe forse troppo pretendere di avere ancora quel peso e quell’influenza. Di sicuro a livello di ricerca del suono e di produzione siamo ancora ai vertici planetari, anzi a volte c’è quasi la sensazione di autocompiacimento, di pezzi dilatati solo per fare sentire quanto sono fichi i suoni… il disco scorre come da miglior marchio di fabbrica tra sfuriate metalliche e parti rarefatte ed elettroniche, ideale colonna sonora per viaggi sempre verso il limite. Manca principalmente la melodia, il pezzo azzeccato, l’appiglio per ‘entrare’ nel mondo cupo e claustrofobico di Reznor.

Comunque un buon segnale di ripresa, per un gruppo che ha avuto comunque un impatto enorme su tutta la musica estrema, e che si permette di suonare futuribile e ‘avanti’ suonando più o meno come suonava dieci anni fa.

S.R.

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