[Industrial / Post Rock] Jesu – Conqueror (2007)

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Conqueror – Old Year – Transfigure – Weightless And Horizontal – Medicine – Brighteyes – Mother Earth – Stanlow http://www.avalancheinc.co.uk/jesu.htmlhttp://www.hydrahead.com Per chi scrive, il nuovo full – length del superduo (ora però con l’aggiunta di un terzo membro, Diarmiud Dalton) Broadrick – Parsons si delinea come prima, vera delusione di questo 2007 da poco iniziato.

Conqueror – Old Year – Transfigure – Weightless And Horizontal – Medicine – Brighteyes – Mother Earth – Stanlow

http://www.avalancheinc.co.uk/jesu.html
http://www.hydrahead.com

Per chi scrive, il nuovo full – length del superduo (ora però con l’aggiunta di un terzo membro, Diarmiud Dalton) Broadrick – Parsons si delinea come prima, vera delusione di questo 2007 da poco iniziato. Sono passati appena due anni dall’uscita dell’omonimo capolavoro, disco in grado di rinverdire i fasti di Godflesh e Swans (rispettivamente, le band madri di Broadrick e Parsons), e di farlo tenendo conto del mutare dei tempi.

Purtroppo, “Conqueror” è decisamente sottotono rispetto a quanto fatto finora da Jesu, compreso l’ottimo EP di qualche mese fa, “Silver”. Permane, in parte, la componente psichedelica e malinconica che era servita per svecchiare il tipico suono industrial – doom dei Godflesh, e che era risultata fondamentale nel fornire la cifra stilistica al gruppo. Ma, accanto a questa, mancano quasi del tutto le atmosfere cupe e grondanti malessere esistenziale del debutto, capaci di sprofondare l’ascoltatore in un vero e proprio calvario emotivo. Salvo qualche episodio riuscito e maggiormente memore del passato, come “Old Year”, per il resto dei quasi sessanta minuti di durata di “Conqueror”, più che la lacerazione interiore è la noia a farla da padrone. Tutto sembra pacificato, fluttuante in un limbo di “aurea mediocrità”: svanita quasi del tutto la pesantezza doom degli esordi, con il suo carico di bassi profondi e discese nel buio, e normalizzate le spigolosità più propriamente industriali, tutto ciò che resta è una quieta e meditativa musica per tastiere avvolgenti e chitarre addomesticate, ai limiti del pop (la title track è forse il migliore esempio del nuovo corso). Si percepisce da subito che non c’è nerbo e passione in questa loro apertura al post rock tout court, i brani si susseguono l’un l’altro lasciando una sensazione di incompiutezza e, soprattutto, confondendosi fra di loro. Manca mordente, e giunti al termine dell’ascolto si ha l’impressione di aver a che fare con un album né carne né pesce, privo di una sua dimensione autonoma.

Il passaggio da duo a trio non ha certo giovato a Jesu, che mai come adesso pare intrappolato in un non luogo a procedere, tra post rock scontato, psichedelia all’acqua di rose e tentazioni pop mal espresse. Sperando che Justin e compagni si riprendano presto, è d’obbligo segnalare la brutta battuta d’arresto.

S.M.

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