Korn The Paradigm Shift

3.5/5
Troppo facile affermare che i Korn sono tornati quelli di sempre grazie al ritorno di Head: il loro storico sound era già scomparso dopo il suo abbandono e dopo le collaborazioni scadenti con rapper e pseudo DJ. I Nostri non si sono ancora allontanati dalla dubstep, come si evince dal singolo Never Ever, ma invece

Troppo facile affermare che i Korn sono tornati quelli di sempre grazie al ritorno di Head: il loro storico sound era già scomparso dopo il suo abbandono e dopo le collaborazioni scadenti con rapper e pseudo DJ. I Nostri non si sono ancora allontanati dalla dubstep, come si evince dal singolo Never Ever, ma invece di soffocare le proprie sonorità originali, come accadde con The Path Of Totality, l’influenza elettronica nel nuovo percorso viene usata come strumento di ammodernamento del loro stile.

Più che un chitarrista qui viene ritrovato il vero Jonathan Davis. I primi tre brani del disco (Pray For Me, Love & Meth e What We Do) sono tre bombe assurde, piene di energia e con riff pungenti, con Davis che torna a riassaporare i ritornelli in versione growl. Si ritrovano finalmente un cantante e un axeman, ma paradossalmente si perde il bassista. Il contributo di Fieldy è minore rispetto al passato: la ritmica del suo basso, peculiarità della band, è fortemente limitata. Il pezzo che stupisce di più è Mass Hysteria, che rappresenta tutto quello che sono i Korn degli ultimi 10 anni (inclusi passaggi ubriacanti alla Falling Away From Me). Dopo questa fucilata il ritmo non cala, anzi: se nella prima metà del disco sembrava di essere tornati indietro nel 1998, da Paranoid And Aroused il sound è quello di Take A Look In The Mirror.

I Korn del nuovo millennio sono questi, capaci di guardare avanti senza rinnegare il passato, soprattutto in versione live. Il fatto che abbiano ritirato fuori il carrozzone del Family Values, con tanto di gabbia con dentro i fans, potrebbe essere un buon segnale per un futuro migliore.

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