Korn The Path Of Totality

korn the path of totality recensione /5
Nato come EP, e solo in seguito diventato un vero e proprio album, “The Path Of Totality” dei Korn è un lavoro ruffiano, nel quale il combo di Bakersfield ha fatto l’occhiolino al movimento dubstep, il trend attuale che va per la maggiore della musica elettronica, per risollevare una carriera che sembrava finita in un

Nato come EP, e solo in seguito diventato un vero e proprio album, “The Path Of Totality” dei Korn è un lavoro ruffiano, nel quale il combo di Bakersfield ha fatto l’occhiolino al movimento dubstep, il trend attuale che va per la maggiore della musica elettronica, per risollevare una carriera che sembrava finita in un binario morto. Ben vengano cose di questo genere, perché l’aria che si respira è quella di un nome che ha ritrovato l’ispirazione persa da tanto, troppo tempo.

Non è però un disco perfetto: fosse stato un maxisingolo contenente al massimo la metà dei brani di sicuro il giudizio sarebbe stato migliore. La sensazione di essere di fronte ad un brodo troppo allungato è evidente nella prima parte del cd, composta per la maggior parte da episodi non esaltanti, figli di un genere che, per sua natura, per i non fan può risultare alla lunga banale e monocorde. Sembrerà scontato dirlo, ma i brani più interessanti sono i tre che vedono coinvolto Skrillex, da solo o in collaborazione con Kill The Noise: con l’uomo del momento Jonathan Davis e soci inanellano tre gemme del calibro di “Chaos Lives In Everything“, “Narcissistic Cannibal” e “Get Up!” (le ultime due già pubblicate in precedenza) che si rivelano tre degli episodi migliori della loro intera carriera. Ottima impressione anche su “Fuels The Comedy“, canzone messa nella parte finale e che è il brano che più ricorda il loro passato.

Se “The Path Of Totality” fosse stato in realtà un EP di quattro-cinque brani in collaborazione con il solo Skrillex, si potrebbe parlare di lavoro migliore del combo, senza alcuna obiezione, da inizio Millennio. Il risultato resta comunque positivo e capace, si spera, di dare delle motivazioni in più ad una band, e soprattutto un Jonathan Davis, che negli ultimi anni ci è sembrata per più volte stanca e povera di ispirazione.

Nicola Lucchetta

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