Machine Head – Unto The Locust

Machine Head Unto The Locust Recensione /5
Sebbene il principio della riscossa fosse già evidente a partire da “Through The Ashes Of Empires” (2003), è con il successivo “The Blackening” (2007) che i Machine Head sono stati in grado di far segnare un successo clamoroso su tutti i fronti, compreso quello delle vendite. Certo qualcuno li ha accusati di rifarsi troppo palesemente

Sebbene il principio della riscossa fosse già evidente a partire da “Through The Ashes Of Empires” (2003), è con il successivo “The Blackening” (2007) che i Machine Head sono stati in grado di far segnare un successo clamoroso su tutti i fronti, compreso quello delle vendite. Certo qualcuno li ha accusati di rifarsi troppo palesemente al loro fortunatissimo debut album “Burn My Eyes” (1994), riportandolo in vita con una sorta di ‘camuffamento’ adatto ai tempi (leggi metalcore, groove al cubo e passaggi scopertamente melodici). Tuttavia il risultato finale, inutile negarlo, è stato semplicemente ottimo, e gran parte del suo successo può esser considerato più che meritato anche a quattro anni di distanza. Dietrologie a parte, quel lavoro ha rappresentato un’enorme boccata d’ossigeno per una band che solo qualche anno prima aveva rischiato d’affogare miseramente.

Non stupisce, quindi, che “Unto The Locust” si muova su coordinate sonore molto simili. Anzi, del proprio predecessore il settimo album in studio di Robb Flynn e soci accentua persino alcune caratteristiche. Le sette tracce che lo compongono hanno tutte una durata compresa fra i sei e gli otto minuti, il grado di complessità delle stesse è persino più elevato, con frequenti cambi di tempo e uso di chorus melodici che s’inseriscono fra up – tempo di puro e tiratissimo thrash bay area e conseguenti mid – tempo in cui è il groove a farla da padrone. Quello che invece lo differenzia da “The Blackening” è un uso di armonizzazioni di stampo ‘classico’, quasi maideniane verrebbe da dire, che i Machine Head non avevano mai utilizzato così spudoratamente prima d’ora; questo succede soprattutto in “Be Still And Know” e nella pazzesca “Who We Are“, che si apre con un coro di bambini (!) e prosegue in un tripudio di assoli ‘sdoppiati’ e cori epici che esclamano “Into Glory We Will Ride” (!!), celebrando il matrimonio fra il groove metal, l’epic e la NWOBHM (non dev’essere un caso che nella deluxe edition i Nostri abbiano incluso la cover di “The Sentinel” dei Judas Priest). A parte questo episodio incredibile il resto di “Unto The Locust” è comunque perfettamente compatibile con i gusti di chi ha divorato il celebrato predecessore: la qualità è piuttosto elevata in tutti i brani, e l’apripista “I Am Hell (Sonata in C#)“, suddivisa in tre parti, è davvero una bella manata in faccia che farà la gioia di tutti gli amanti del groove/thrash metal più moderno e intricato.

Fa comunque piacere rivedere la band di Oakland così in forma, dopo un passaggio di Millennio in cui non sapeva letteralmente che pesci pigliare. Propriamente innovatori  i Machine Head non lo sono mai stati, ma quando hanno saputo sfruttare le mode più confacenti al loro stile non hanno mai deluso, anzi han sfornato grandi dischi. Il problema è che a suonare nu metal non erano proprio tagliati. Per fortuna l’hanno capito quasi subito. Ottimo ritorno, consigliato a tutti gli amanti del metallo pesante senza remora alcuna.

Stefano Masnaghetti

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