[Mathcore/Post Hardcore] Dillinger Escape Plan – Option Paralysis (2010)

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http://www.myspace.com/dillingerescapeplanhttp://www.season-of-mist.com/ Fughiamo il campo da possibili dubbi e diciamo subito che “Option Paralysis” è un ottimo disco. Solido, concreto, dritto e filante. Dopo il pasticcio crossover di “Ire Works” i Dillinger hanno optato per un parziale ritorno al passato e, soprattutto, hanno rispolverato uno stile maggiormente personale. Il rischio era quello di rimanere ingolfati in


http://www.myspace.com/dillingerescapeplan
http://www.season-of-mist.com/

Fughiamo il campo da possibili dubbi e diciamo subito che “Option Paralysis” è un ottimo disco. Solido, concreto, dritto e filante. Dopo il pasticcio crossover di “Ire Works” i Dillinger hanno optato per un parziale ritorno al passato e, soprattutto, hanno rispolverato uno stile maggiormente personale. Il rischio era quello di rimanere ingolfati in un approccio troppo citazionista alla musica, e da questo punto di vista la band ha abilmente eluso il pericolo.

Così, ce li ritroviamo pimpanti e gagliardi con queste nuove dieci ‘canzoni’, che sfruttano alcune intuizioni utilizzate nel lavoro precedente, senza però calcar troppo la mano con elettronica e debiti verso stilemi altrui, anzi approcciando il tutto con una foga vicina a quella degli esordi. In modo che le strutture a cavallo fra mathcore, post hardcore, metal, grind e spruzzate fusion tornino ad essere protagoniste. Insomma, sembra che la sbornia pattoniana sia stata smaltita, anche se alcuni thriller electro – ambient a metà strada tra Fantômas e Mr. Bungle sono tuttora presenti: nella conclusiva “Parasitic Twins”, in certe pieghe di “Room Full Of Eyes”, e soprattutto nel break centrale di “Farewell, Mona Lisa”, in cui anche il canto di Greg Puciato sembra voler fare il verso al Patton versione ‘noir’. Ma si tratta di semplici accenni, utilizzati per impreziosire un album che fa dell’assalto sonoro e del grido belluino le proprie cifre stilistiche. Brani quali “Good Neighbor”, “Crystal Morning”, “Endless Endings”, con tanto di stacco fusion, e la totalmente schizzata “I Wouldn’t If You Didn’t”, tranciata di netto da un piano classicheggiante, usano una furia simile a quella che i DEP utilizzarono per rendere magnifico “Calculating Infinity”: saper trasporre in musica una scarica di extrasistoli rimane una loro grande abilità. E riuscire ad imbrigliare controtempi, tempi dispari, sincopi ritmiche, sfregi al tessuto melodico e armonico delle loro composizioni in rigide gabbie ‘matematiche’ ha permesso al complesso di creare un sound che ha fatto scuola.

Ovviamente c’è anche da considerare l’aspetto dell’innovazione, che impedisce a “Option Paralysis” di elevarsi al di sopra dei vecchi capolavori del gruppo – oltre a “Calculating Infinity”, ci son da menzionare anche i primi due EP e quello con Mike Patton, “Irony Is A Dead Scene” – e lo costringe a rimaner nella schiera degli ottimi esempi di musica di ‘genere’. Già, perché, come spesso accade agli artisti di vero genio che nei loro albori scrivono opere davvero essenziali e indispensabili, oggi i DEP suonano ‘normali’: nel postcore sporcato di elettronica di “Chinese Whispers”, ad esempio, o ancora negli alleggerimenti melodici di “Gold Teeth On A Bum” e “Widower”, gli unici due episodi veramente deboli del disco. Ma anche nei momenti migliori la sensazione è sempre quella di star ascoltando qualcosa di già risaputo, seppur magistralmente orchestrato. In ogni caso si tratta di un ritorno di ottimo spessore, che fa segnare un grosso miglioramento rispetto a “Ire Works”, e dimostra che il quintetto del New Jersey è risalito ai livelli che gli competono.

Stefano Masnaghetti

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