[Metal] Manowar – Gods Of War (2007)

 1.5/5
Ouverture To The Hymn Of The Immortal Warriors – The Ascension – King Of Kings – Army Of The Dead, part I – Sleipnir – Loki God Of Fire – Blood Brothers – Ouverture To Odin – The Blood Of Odin – The Sons Of Odin – Glory Majesty Unity – Gods Of War –

Ouverture To The Hymn Of The Immortal Warriors – The Ascension – King Of Kings – Army Of The Dead, part I – Sleipnir – Loki God Of Fire – Blood Brothers – Ouverture To Odin – The Blood Of Odin – The Sons Of Odin – Glory Majesty Unity – Gods Of War – Army Of The Dead, part II – Odin – Hymn Of The Immortal Warriors – Die For Metal (bonus track)

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A ben cinque anni di distanza dal deludente “Warriors Of The World” esce, dopo mille rinvii, il tanto atteso nuovo (?) album dei Manowar. Superati da un po’ i cinquanta, i difensori della fede sembra non abbiano più nulla da dire: non parlo solo di contenuti, quelli in fondo presentano il solito tripudio di Steel, Kings e Swords in The Wind che ha fatto la fortuna di un genere, ma dell’intero processo compositivo. A preoccupare è soprattutto la pochezza assoluta delle melodie, la produzione mai come questa volta inadeguata e l’eccessivo ricorso a parti parlate e a tronfi intro che denotano una totale assenza di ispirazione e suonano come squallidi riempitivi.

Per non parlare del fatto che alcuni dei pezzi migliori dell’album erano già contenuti nel copioso EP, uscito a novembre, che aveva fatto ben sperare i fan. Senza dubbio ci troviamo di fronte all’album peggiore dell’intera discografia del gruppo e se pensiamo che, fino ad ora, questa posizione veniva ricoperta dal precedente disco, la promessa di Joey DeMaio di avere in cantiere molti altri concept risulta quasi una minaccia…

Probabilmente l’album avrebbe tratto giovamento dall’assenza delle parti parlate: ascoltato senza queste, risulta almeno omogeneo e lineare. La vicinanza dei Rhapsody Of Fire ha di certo influito sulle composizioni, ma l’abuso di un certo tipo di effetti ha creato qualcosa di talmente pomposo da risultare poco credibile e, a tratti, quasi stucchevole. Qualche canzone per esaltarsi con gli amici non manca di certo: “King Of Kings” è uno dei pezzi migliori degli ultimi anni, “Gods Of War” si ricorda al primo ascolto e “Sons Of Odin” è il tipico pezzo Manowar vecchio stile. La composizione migliore resta, a mio avviso, “Blood Brothers” che, con la conclusiva “Hymn Of The Immortal Warriors”, presenta la melodia più riuscita dell’intera opera.

Per concludere, una battuta sulla bonus track: poteva mancare l’inno metal da regalare ai fan? Certo che no e “Die For Metal” ha proprio la funzione che in passato era stata ricoperta da pezzi come “Brothers Of Metal”. Fin qui niente di male. Ma perché plagiare spudoratamente il riff di Kashmir dei Led Zeppelin?

L.G.

Il concept album, il booklet scritto con le rune, il ritorno all’epic e largo spazio alle orchestrazioni. Tutte cose che potevano galvanizzare chi era abituato a spararsi pose e a gasarsi sulle tamarrissime e storiche note dei Manowar di un tempo che fu. L’ultimo “Warriors Of the World” aveva qualche buon pezzo, specialmente verso la fine, ma non aveva convinto. Dopo l’ascolto del neonato “Gods Of War”, possiamo tranquillamente dire che “Louder Than Hell” a confronto era un capolavoro.

Già, senza girarci intorno diciamo che questo nuovo album dei Manowar è un passaggio a vuoto piuttosto grave per DeMaio e compagni. Il concept può anche stare in piedi, la mossa delle rune è una perfetta pacchianata che solo i Manowar possono (giustamente) permettersi, ma il problema è che con una produzione obbrobriosa, una quantità smodata di orchestrazioni e tastieroni inutili, una batteria che è sempre quella e non cambia mai, ore e ore di parlato e recitato, si arriva alla conclusione che ora come ora i Kings Of Metal di un tempo farebbero bene a pensare a Dvd, live e raccolte varie, dedicandosi esclusivamente al palco.

Se dobbiamo aspettare cinque anni per ritrovarci con un disco simile, onestamente, meglio ascoltarci a nastro “Sign Of The Hammer” e affini, riconoscendo sì gloria eterna a un gruppo fondamentale per tutto il movimento heavy, dimenticando però rapidamente tutto ciò che è uscito dallo studio di registrazione nel nuovo millennio, con poche eccezioni: “Fight Until We Die” e “Call To Arms” per quanto riguarda il precedente disco, “The Dawn Of Battle”, la titletrack di questa release e “Die For Metal”, plagio degli Zeppelin, ma sicuramente brano più riuscito del lotto, a testimonianza del fatto che quando i Manowar fanno i Manowar, sono ancora capaci di tirar fuori brani di pregevole fattura, già sentiti più volte ma per lo meno energici e d’impatto.

P.N.

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