[Metalcore] AllThatRemains-Caliban-HeavenShallBurn-Unearth-Maroon (2006)

 /5
Per fare un frullato buono servono ingredienti buoni e possibilmente un po’ diversi fra loro. Non tutti i lavori dei gruppi che rapidamente presenteremo sono accostabili, ognuno ha qualche componente diversa dagli altri e potrà esserci qualche lettore che si chiederà cosa ci fanno gli HSB vicino ai Caliban, tuttavia sposso è bene specificare le

Per fare un frullato buono servono ingredienti buoni e possibilmente un po’ diversi fra loro. Non tutti i lavori dei gruppi che rapidamente presenteremo sono accostabili, ognuno ha qualche componente diversa dagli altri e potrà esserci qualche lettore che si chiederà cosa ci fanno gli HSB vicino ai Caliban, tuttavia sposso è bene specificare le differenze ma è azzardato enfatizzarle troppo se queste possono rientrare in una macro area più pratica.

Dopo questa sciarpata iniziale assolutamente inutile (se non d’uopo solo a far capire perché sbattiamo questi 5 nomi sotto la stessa bandiera e quanto sia difficile fare un frullato di gruppi che frullano a loro volta tantissime componenti), cominciamo col dire che quella che era stata definita qualche anno fa la New Wave Of American Metal, ha dato anche quest’anno i propri frutti. C’è chi ha avuto recensioni personalizzate e chi come in questo caso condivide lo spazio con altri gruppi. Ciò non significa che i lavori contenuti qua dentro siano meno validi di altri, anzi vedremo che in alcuni casi è proprio il contrario.

Gli All That Remains con “The Fall Of Ideals” decidono di gettarsi a capofitto nel filone Killswitch Engag-iano, vai quindi di refrain melodici e pulitissimi. Se però i KsE hanno puntato anche troppo sulla formula emozionale, perdendo qua e là in potenza e impatto, il gruppo guidato dal singer Phil Labonte, spezza ancora le reni in diversi punti e ciò si apprezza particolarmente su “Six”, “Become The Catalyst” (con rantolio iniziale di scuola brutal) e “The Weak Willed”. Poi ci sono i momenti come “Whispers” dove mettere il growl sotto il ritornello alla Robbie Williams fa sorridere ma complessivamente il disco è gradevole.

I Caliban con “The Undying Darkness” sono stati ultramegasuper pompati dall’etichetta ma rispetto al precedente platter fanno un po’ un buco nell’acqua. Vero che il metalcore, come quasi tutti i trend post 90ies, prende, copia e, se ha voglia, rielabora stilemi e idee già spremute tempo fa, in questo caso però lo schema dei pezzi è tremendamente identico e il disco passa se ascoltato distrattamente, altrimenti risulta privo di personalità. Andy Sneap e un pezzo (bello) cantato insieme a Mille Petrozza non aiutano. Il disco non è brutto, è anonimo, il che è anche peggio.

Restiamo sempre in Deutschland e godiamoci, è il caso di dirlo, il nuovo Heaven Shall Burn. “Deaf To Our Prayers” è un ottimo concentrato di swedish death (componente essenziale del metalcore, che qua però compare in pochi momenti lasciando appunto spazio ad altro) dei bei tempi, debitore di At The Gates e del duo Dark Tranquillity/In Flames. L’impatto del disco è spaventoso e Marcus Bischoff guida i suoi in quella che è probabilmente la miglior prova della carriera. Emergere in una scena sovraffollata è difficilissimo, allora è buona la scelta di concentrarsi maggiormente su ciò che si riesce a fare meglio. L’opener “Counterweight” è uno di quei pezzi che valgono da soli l’album, essendo in grado di condensare il potenziale del gruppo in quattro minuti. Check ‘them’ out!

Torniamo via aerea negli States per “III: In The Eyes Of Fire” degli Unearth, che è probabilmente il disco migliore del lotto che vi stiamo presentando. Capaci loro stessi di “frullare” diverse componenti generando una varietà di brani di alta qualità, il gruppo basa la propria fortuna sulle risse chitarristiche del duo Susi/McGrath, che la produzione di Terry Date (quello di “Vulgar Display Of Power” per capirci) esalta a livelli elevatissimi. Tra hardcore, metalcore, buon thrash vecchia scuola e assoli ben eseguiti, i quarantacinque minz del platter scorrono che è un piacere. “Sanctity Of Brothers” è un ottimo biglietto da visita da cui cominciare per chi non si fida, buttatevi quindi sull’opener “This Glorious Nightmare” e “Bled Dry”. Fate sapere.

Eccoci quindi ai Maroon, tedeschi che hanno tentato di scrivere un’enciclopedia di tutto quanto è, ed è stato, il metalcore negli ultimi anni. “When Worlds Collide” è un tentativo ambizioso e da sottolineare, trovare nello stesso disco “The Omega Suite pt.II”, “Wake Up In Hell” e “Sword And Bullet” è certamente interessante ma potrebbe anche essere il segnale di un gruppo che non ha ancora scelto la strada da percorrere. Le basi che sono state poste sono ottime, vedremo cosa riserverà il futuro di Andre Moraweck e compagni.

Infine sottolineamo che in questo frullato, abbiamo due paesi rappresentati: States e Germania. Ai tempi del thrash le nazioni erano le stesse, sicuramente la rilevanza storica fu differente e anche la qualità della proposta, è comunque importante notare che passano gli anni ma, parlando di musica pesante, le tradizioni restano! Tuttavia i dubbi su quanto e soprattutto ‘chi’ degli appartenenti alla scena metalcore rimarrà negli anni di qui a venire, sono legittimi e gli stessi che accompagnano le “ondate” della musica pesante post 90ies. Finora pochi si sono salvati dal terremoto “nu”metal o dalla european power era di fine anni novanta. Benché diverse formazioni non manchino di potenzialità e qualità, vedremo quanti Caliban o ATR conteremo tra dieci, quindici anni…auguri!

Condividi.