[Metalcore/Mathcore] The Chariot – Long Live (2010)

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http://www.myspace.com/thechariothttp://www.goodfightmusic.com/ I Chariot fanno parte dell’ormai nutrita schiera di band di christian metalcore che ultimamente proliferano sempre più negli Stati Uniti. “Long Live”, a dispetto del titolo, è il loro quarto album da studio, e consta di dieci brani compressi in appena mezz’ora di durata. Il gruppo è attivo ormai da parecchi anni (fu fondato



http://www.myspace.com/thechariot
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I Chariot fanno parte dell’ormai nutrita schiera di band di christian metalcore che ultimamente proliferano sempre più negli Stati Uniti. “Long Live”, a dispetto del titolo, è il loro quarto album da studio, e consta di dieci brani compressi in appena mezz’ora di durata. Il gruppo è attivo ormai da parecchi anni (fu fondato dal cantante Josh Scogin nel 2003, dopo la sua fuoriuscita dai Norma Jean), e si è fatto apprezzare per essere una delle compagini più creative all’interno della sua particolare nicchia. Più creative e più pesanti.

Nonostante la loro fede religiosa – ma attenzione, i Nostri non fanno nessun tipo di proselitismo, anzi sono molto discreti rispetto ad altri act simili – i Chariot suonano come dei demoniacci, azzannando gli strumenti con una violenza degna dei Trap Them o di altri complessi similmente sanguinari (certo, ci sono anche le influenze dei Converge, come nel 99% del metalcore/postcore contemporaneo). Come direbbe Sandro Piccinini, sciabolate (tese) da tutte le parti. La bravura di Scogin e compagni è però quella di saper adottare qualche soluzione in più rispetto alla media dei loro concorrenti: il mathcore dei Botch è ben presente, inserito in un contesto che pesca a piene mani da Zao, Coalesce e Shai Hulud, il tutto unito in un flusso sonoro ultra fratturato e carico di clangori sinistri e minacciosi. Sul versante math, non mancano nemmeno richiami ai primi Dillinger Escape Plan, specie per quanto riguarda il martirio canoro perpetrato da Josh. Fra i vari brani, quasi tutti di ottimo livello, spicca almeno un capolavoro, “David De La Hoz”: l’inizio è di quelli davvero terremotanti, una miscela esplosiva di accordi alla Refused e dissonanze alla Black Flag in una soluzione della consistenza del cemento; si passa poi all’ottimo spoken word psicotico dell’ospite Dan Smith (Listener), il quale porta ad un rallentamento micidiale, prima che tutto si concluda in un’atmosfera irreale, sospesa fra le note di pianoforte, xilofono e arpa. Potrebbe essere una coda dei Sigur Ros o, per restare più in tema, degli ultimi Breach.

Se volete sentire del metalcore un po’ più audace e duro rispetto alla mediocre massa che circola oggi, puntante tutto sui Chariot.

Stefano Masnaghetti

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