[Thrash Metal] The Haunted – Versus (2008)

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Moronic Colossus – Pieces – Little Cage – Trenches – Ceremony – Skuld – Crusher – Rivers Run – Iron Mask – Faultline – Imperial Death March http://www.the-haunted.comhttp://www.centurymedia.com Ed eccoci qui, dopo altri due anni, a parlare della sesta release di uno dei gruppi di punta della scena svedese, nato dalla costola degli At The

Moronic Colossus – Pieces – Little Cage – Trenches – Ceremony – Skuld – Crusher – Rivers Run – Iron Mask – Faultline – Imperial Death March

http://www.the-haunted.com
http://www.centurymedia.com

Ed eccoci qui, dopo altri due anni, a parlare della sesta release di uno dei gruppi di punta della scena svedese, nato dalla costola degli At The Gates sul finire del secolo scorso.
Il precedente lavoro, “The Dead Eye”, seppur criticato da gran parte dei fan, aveva portato una ventata di novità per quanto riguarda le sonorità e il livello di composizione dell’intero gruppo, tanto che l’appellativo neo thrash ha cominciato a stare stretto al quintetto di Goteborg, come da loro stessi affermato nelle interviste.

E “Versus”? Troviamo forse un’ulteriore evoluzione, o quantomeno un adattamento sulle linee musicali del quinto lavoro? Risposta negativa per la prima domanda, e semi-positiva per la seconda.
Detto fuori dai denti, quello che i fratelli Bjorler hanno sfornato (non si sa bene come, data anche la reunion degli At The Gates della scorsa estate) è un prodotto purtroppo venuto fuori a metà: l’impressione è che si sia cercato di sviluppare contemporaneamente gli aspetti più melodici e “sperimentali” del precedente album così come di riportare l’orologio indietro per quanto riguarda l’aggressività e il sound thrash che hanno da sempre contraddistinto il combo svedese, un tentativo che ha generato pessimi risultati, portando a indebolire entrambi gli estremi.

Per carità, “Versus” non è un album così terribile, si lascia ascoltare per tutta la sua (breve) durata, l’opener “Moronic Colossus” e “Crusher” offrono una sana dose di velocità e violenza, mentre la più pacata “Ceremony” riporta alla mente le sonorità di “Dead Eye”; quello che però porta a dare un giudizio veramente negativo è che, una volta terminate le undici tracce, si abbia l’impressione di aver ascoltato qualcosa di totalmente anonimo (sensazione che non fa che accentuarsi col passare degli ascolti): nessun brano particolarmente valido che resti immediatamente impresso, nessun riff memorabile, pochissime idee e confuse. Davvero troppo poco per un gruppo sulla piazza da così tanti anni e da cui ci si aspetta la definitiva consacrazione.

Nicolò Barovier

 

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