Opeth – Pale Communion

opeth-pale-communion-recensione 3/5
Il primo pensiero, ascoltando "Pale Communion", è quello di aver pescato una vecchia reliquia targata 1973 o giù di lì

Il primo pensiero, ascoltando “Pale Communion” degli Opeth, è quello di aver pescato una vecchia reliquia targata 1973 o giù di lì. La sensazione è… no, non spiazzante, perché già con “Heritage” (2011) la band di Mikael Åkerfeldt aveva chiuso i conti con il passato metal e si era dedicata anima e corpo al progressive anni Settanta tanto amato dal caro leader. Qua però si va oltre: otto canzoni quasi sottovoce, in cui le chitarre leggermente distorte paiono essere l’unico lascito che gli autori di “Orchid” e “Morningrise” mantengono dal loro passato. Voci in growl? Manco per sogno! Blast – beat, qualche riff pesante? Non scherziamo! I Genesis non si sarebbero mai permessi…

In realtà il dischetto, piuttosto che citare i mostri sacri anglosassoni del suono progressivo, prende soprattutto di mira certe soluzioni sognanti e melodiche della gloriosa scena tricolore, di cui Åkerfeldt è grande estimatore nonché sfrenato collezionista. Ad esempio, la strumentale “Goblin” potrebbe essere un omaggio al gruppo di Claudio Simonetti sia per il titolo sia per la musica. Il resto delle composizioni è pieno zeppo di delicati svolazzi di tastiera, passaggi acustici rarefatti, frullii flautati, qualche lambiccamento mediorientale e nenie vocali invocanti l’onirismo più sfrenato. Manca solamente la suite da 20 minuti per far sì che “Pale Communion” rientri nel manuale del perfetto album per nostalgici di quei formidabili anni. Tutto è bellino, dall’introduzione per organo Hammond e percussioni di “Eternal Rains Will Come” all’assolo di chitarra in “Cusp Of Eternity”, peraltro impreziosita da un buon coro senza parole, per finire con gli archi ammiccanti e la sei corde arabeggiante di “Voice Of Treason”, tutto è caruccio… ma nulla è memorabile. E le note sono sempre e troppo sbiadite, impalpabili, anemiche. Pallide, proprio come suggerisce il titolo. Forse era proprio questo l’intento degli svedesi.

Gli Opeth del 2014 sono questi, prendere o lasciare. Piaceranno di sicuro ai fan di Porcupine Tree, e probabilmente anche a quelli di Flower Kings e sottobosco neo prog tutto; difficile invece dire come si comporteranno, a lungo andare, i ragazzi che li hanno conosciuti con “Blackwater Park” o addirittura negli anni Novanta. Rimane un fatto: “Pale Communion”, in sé, è un LP solo discreto.


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