Orange Goblin A Eulogy For The Damned

Orange Goblin A Eulogy For The Damned Recensione 3.5/5
Il predecessore “Healing Through Fire” (2007) era sì un buon disco, ma alternava ottimi spunti a cadute di tono imputabili soprattutto al carattere irrisolto dell’opera. Si percepiva che gli Orange Goblin, pur non volendo abbandonare la loro matrice stoner/doom, erano intenzionati a forgiare un suono più diretto e rock, tuttavia non erano ancora riusciti a

Il predecessore “Healing Through Fire” (2007) era sì un buon disco, ma alternava ottimi spunti a cadute di tono imputabili soprattutto al carattere irrisolto dell’opera. Si percepiva che gli Orange Goblin, pur non volendo abbandonare la loro matrice stoner/doom, erano intenzionati a forgiare un suono più diretto e rock, tuttavia non erano ancora riusciti a calibrarsi bene per riuscire nell’impresa. Oggi scopriamo che la lunga pausa discografica è servita allo scopo: “A Eulogy For The Damned“, infatti, mostra la band inglese convinta e centrata, in grado di realizzare un album che, pur non disconoscendo affatto le radici di cui si nutre, riesce a far convivere amabilmente i vecchi riff sabbathiani con un nuovo afflato hard rock e, alle volte, persino southern, come accade nella gustosa “Save Me From Myself“, in cui pare di sentire una versione superheavy dei Black Crowes. Ben Ward e soci sono tornati baldanzosi e sicuri di loro stessi, tanto che si sta parlando di una delle migliori prove dell’intera carriera.

“A Eulogy For The Damned” è un LP vario, che dimostra quanto il quartetto riesca a spingersi oltre il riciclo dei riff inventati da Tony Iommi più di quarant’anni fa. Probabilmente degli Orange Goblin delle origini è andata persa la vena psichedelica, ma lo stoner ed il doom continuano a far carburare i Nostri, come dimostrano l’apripista “Red Tide Rising“, la quale esibisce una delle loro migliori invenzioni chitarristiche che sembra sbatta dalle parti dei Down, e la pesante e sulfurea “The Fog“, fra le loro composizioni più tradizionali assieme ad “Acid Trial” e “Death Of Aquarius“. Bella anche “Return To Mars“, ricca di groove, e la settantiana “Stand For Something“. Infine le si potrebbero citare tutte, ma non pare proprio il caso. L’alta qualità complessiva fa sì che, nonostante i quasi cinquanta minuti di durata, la noia non faccia mai capolino. E Ward non sarà sicuramente un cantante dotatissimo, ma ha imparato a modulare la sua voce in modo che essa aderisca come un guanto alla musica che deve sottolineare.

In un mondo migliore gli Orange Goblin non sarebbero un gruppo di nicchia. Purtroppo ci dobbiamo accontentare di quello in cui viviamo. Ma per chi è davvero appassionato di hard’n’heavy e vuole setacciare nomi oltre ai soliti noti, snobbare questo album costituirebbe un peccato imperdonabile.

Stefano Masnaghetti


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