Pain – You Only Live Twice

pain you only live twice recensione /5
La fortuna dei Pain è che la loro proposta non è praticamente variata nel tempo: un industrial metal quadrato, ricco di sintetizzatori e di perfette melodie studiate a tavolino. Con, ovviamente, quella spruzzata di Hypocrisy (vedi intro di “Monster“) che per Peter Tagtgren è inevitabile piazzare qua e là. Quello che è il loro punto

La fortuna dei Pain è che la loro proposta non è praticamente variata nel tempo: un industrial metal quadrato, ricco di sintetizzatori e di perfette melodie studiate a tavolino. Con, ovviamente, quella spruzzata di Hypocrisy (vedi intro di “Monster“) che per Peter Tagtgren è inevitabile piazzare qua e là. Quello che è il loro punto di forza è anche quel limite che di conseguenza si portano appresso: la trappola dell’autocitazionismo è sempre dietro l’angolo.

You Only Live Twice” non stravolge quanto fatto in passato e non sfigura in una discografia che di episodi scadenti ne deve ancora registrare. Certo, l’iniziale “Let Me Out” che ricorda a tratti “It’s Only Them“, l’opener di quel capolavoro chiamato “Nothing Remains The Same“, e la title track che cita “Same Old Song” in maniera neanche tanto velata sono sfumature che pesano come macigni. Però restano gli unici punti negativi di un album praticamente esente da difetti, con parti che entrano di diritto tra i migliori episodi dell’intera carriera.

Nove tracce che confermano l’alta qualità di un progetto nato come passatempo ma che poi, con il passare degli anni, è riuscito a mettere in secondo piano gli stessi Hypocrisy, band principale di Peter Tagtgren. Ottimo traguardo.

Nicola Lucchetta

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