[Post-core/Post-rock] Isis – In The Absence Of Truth (2006)

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Wrists Of King – Not In Rivers, But In Drops – Dulcinea – Over Root And Thorn – 1000 Shards – All Out Of Time, All Into Space – Holy Tears – Firdous E Bareen – Garden Of Light www.ipecac.comwww.isistheband.com Il nuovo Isis conferma la sempre più stretta interazione che si sta sviluppando tra due

Wrists Of King – Not In Rivers, But In Drops – Dulcinea – Over Root And Thorn – 1000 Shards – All Out Of Time, All Into Space – Holy Tears – Firdous E Bareen – Garden Of Light

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Il nuovo Isis conferma la sempre più stretta interazione che si sta sviluppando tra due famigerati “post”: il primo riguardante la dilatazione psichedelica dell’hardcore, il secondo nato invece come ripensamento eminentemente strumentale del rock, inteso nella sua accezione più ampia. Gli ultimi dischi di gruppi quali Cult Of Luna, Pelican e Red Sparowes rappresentano una sintesi riuscita di entrambe le avanguardie più chiacchierate del nuovo millennio: certo nulla di veramente e totalmente rivoluzionario (ché per avere dischi di questo genere bisogna andare di un decennio indietro), ma si tratta comunque di opere in grado di rivisitare e rielaborare il passato prossimo in modo più che convincente. Purtroppo, tali elogi non si possono applicare a questo “In The Absence Of Truth”, un netto passo indietro rispetto al precedente “Panopticon”, probabilmente il capolavoro degli Isis. Mentre quest’ultimo era concepito come disco sludge – postcore con qualche deviazione in chiave Godspeed You! Black Emperor, e pertanto la personalità di Turner e compagni riusciva perfettamente ad emergere, al contrario la nuova fatica si adagia mollemente su stili e influenze che la band non riesce a fare proprie, e che di volta in volta risultano o noiose e scontate oppure totalmente slegate dal contesto del disco. Per più di un’ora ci s’imbatte in una bizzarra miscellanea composta da momenti che ricordano ora i Tool più scarichi, ora degli Explosions In The Sky privi di fantasia, e che solamente a tratti riescono a comunicare qualche emozione inedita (“Dulcinea” e la percussiva “Firdous E Bareen” sono gli unici esempi di brani riusciti nella loro interezza). Altra pecca dell’album è il suo essere sforzatamente melodico: prova ne sia che, quando Aaron canta con la voce pulita, risulta molto più incerto e molto meno incisivo di quando il suo scream e le esplosioni foniche del gruppo prendono il sopravvento (purtroppo, non abbastanza spesso). Tra il prevedibile e l’inconcludente: sono questi i due aggettivi che sintetizzano al meglio il dischetto nella sua globalità. Aggettivi che non avrei mai voluto usare per descrivere qualsivoglia emissione sonora da parte degli Isis, ma che sono costretto ad utilizzare proprio per indicare chiaramente il pericolo che, in ambito genericamente “post”, la maniera e la normalizzazione prendano il sopravvento.

S.M.

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