[Post Metal] Pelican – What We All Come To Need

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  [Post Metal] Pelican – What We All Come To Need (2009) Glimmer – The Creeper – Ephemeral – Specks Of Light – Strung Up From The Sky – An Inch Above Sand – What We All Come To Need – Final Breath http://www.myspace.com/pelicanwww.southernlord.com C’è stato un tempo, neppure molto fa, in cui il post

 

[Post Metal] Pelican – What We All Come To Need (2009)

Glimmer – The Creeper – Ephemeral – Specks Of Light – Strung Up From The Sky – An Inch Above Sand – What We All Come To Need – Final Breath

http://www.myspace.com/pelican
www.southernlord.com

C’è stato un tempo, neppure molto fa, in cui il post metal – termine ombrelliforme sotto il quale vengono poste le varie ramificazioni scaturite dagli incontri fra post hardcore, post rock, metal, sludge e chissà cos’altro – era in pieno rigoglio, faceva proseliti e sfornava capolavori. Neurosis e Isis i casi più eclatanti, ma di gruppi validi ne spuntavano a bizzeffe; tra questi, anche gli stessi Pelican. Ribattezzato da qualcuno parecchio esperto ‘neurisis’, per la predisposizione ad assommare influenze da entrambi i gruppi sopracitati, il quartetto dell’Illinois è stato in grado di comporre almeno un capolavoro, “Australasia” (2003), seguito da un ottimo disco, “The Fire in Our Throats Will Beckon the Thaw” (2005), che il sottoscritto ha recentemente rivalutato, dopo averlo considerato con troppa sufficienza.

Negli ultimi anni, però, qualcosa s’è rotto. Il filone ha iniziato ad esaurirsi, schiavo di scelte sempre più normative e standardizzate, e con esso anche i Pelican hanno compiuto il loro primo, vero passo falso: “City Of Echoes” (2007), un modesto disco di post rock abulico e sonnolento, in cui era difficile riconoscere la band che solo pochi anni prima aveva preso lo sludge e il doom e li aveva fatti detonare con l’hardcore e il rock strumentale. Eppure era davvero così: a parte qualche bagliore qua e là, i Nostri sembravano persi.

Invece “What We All Come To Need” suona come una parziale riscossa. Le parti più pesanti, quelle che nei loro esordi facevano pensare a Neurosis e Cult Of Luna, sono definitivamente svanite. Però è tornata la voglia di emozionare l’ascoltatore, di movimentare un po’ i brani, di essere più incisivi con la sezione ritmica e con le chitarre. “The Creeper” è una delle loro migliori composizioni di sempre, con un riff dal sapore stoner che si fa epico via via che cresce il pezzo, in “Specks Of Light” tornano le soluzioni adottate nei primi dischi (e, ovviamente, l’aroma degli Isis), e “Final Breath” è la prima canzone della loro carriera nella quale viene utilizzata la voce (di Allen Epley, in questo caso); buona scelta, perché il pezzo funziona meglio di altri. Gli altri brani non presentano particolari novità: sono esattamente quello che ti aspetti da un gruppo come il loro. Tuttavia sono piacevoli da ascoltare, seguono schemi già collaudati ma, perlomeno, li seguono con convinzione e con abilità.

Questo quarto album non raggiunge i vertici dei primi due dischi, ma mette in guardia sullo stato di buona salute del complesso. Non è certamente ai livelli di “Wavering Radiant” degli Isis ma, se questo ha rappresentato un netto miglioramento per la band di Aaron Turner dopo il deludente “In The Absence Of Truth”, similmente “What We All Come To Need” dimostra una ripresa per i quattro del Pellicano. Più modesta, ma in grado di convincere i fan che vale la pena dar loro ancora una possibilità.

Stefano Masnaghetti  

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