[Post Metal/Sludge] The Ocean – Anthropocentric (2010)

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http://www.theoceancollective.com/http://www.metalblade.com/ “Anthropocentric” avrebbe dovuto rappresentare la controparte irruenta e ‘metal’ di “Heliocentric” (2010), e chiudere il concept iniziato da quest’ultimo. In realtà le differenze fra i due album non sono certamente macroscopiche, anzi si può tranquillamente affermare che il nuovo sia una prosecuzione dell’altro in tutto e per tutto, solamente dalle atmosfere mediamente più compatte



http://www.theoceancollective.com/
http://www.metalblade.com/

“Anthropocentric” avrebbe dovuto rappresentare la controparte irruenta e ‘metal’ di “Heliocentric” (2010), e chiudere il concept iniziato da quest’ultimo. In realtà le differenze fra i due album non sono certamente macroscopiche, anzi si può tranquillamente affermare che il nuovo sia una prosecuzione dell’altro in tutto e per tutto, solamente dalle atmosfere mediamente più compatte e meno dilatate. E, purtroppo, meno ispirate.

Inutile stupirsi o gridare al miracolo per le raffinate tessiture strumentali, la bravura nell’alternare scream e voce pulita, le sonorità cangianti, le aperture progressive: ormai i The Ocean sono un ensemble rodato e dotato d’indiscutibile gusto nelle soluzioni che sanno attuare, quindi che “Anthropocentric” sia formalmente un disco perfetto è fuori discussione. Non solo, ma accanto ai consueti panorami alla Isis (la title – track), Robin Staps e compagni allargano la loro tavolozza cromatica grazie a riferimenti a Mastodon (Sewers Of The Soul) e Deftones (She Was The Universe). Peccato che, rispetto ai loro episodi migliori, ovvero il capolavoro “Precambrian” (2007) e l’eccellente predecessore, manchi un po’ di mordente e le idee davvero personali fatichino ad emergere. Paradossalmente, nel cd che dovrebbe mostrare il volto irato della band, a funzionare meglio sono ancora una volta i pezzi maggiormente melodici: su tutti, il post rock etereo di “Wille Zum Untergang” e la psichedelia liquida e vicina al trip – hop di “The Grand Inquisitor III: A Tiny Grain Of Faith”, vera e propria gemma scelleratamente mozzata dopo soli due minuti, quando per mostrarsi in tutta la sua bellezza avrebbe richiesto almeno il triplo del tempo. Al contrario, le sfuriate più propriamente post hardcore, come quelle contenute in “Heaven Tv” e “The Grand Inquisitor II: Roots & Locusts”, non suscitano grande scalpore e sanno troppo di già sentito.

Non si disimpara a suonare in pochi mesi, tanto più che “Anthropocentric” è stato concepito nello stesso periodo di “Heliocentric”, e la qualità di un’opera dei The Ocean è sempre piuttosto alta. Ma dopo un’evoluzione costante pare sia arrivato anche per il gruppo tedesco il momento del classico disco ‘interlocutorio’. I fan non tarderanno ad apprezzarlo, ma le loro uscite indispensabili sono altre.

Stefano Masnaghetti

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