[Postcore/Industrial/Elettronica] Genghis Tron – Board Up The House (2008)

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Board Up The House – Endless Teeth – Things Don’t Look Good – Recursion – I Won’t Come Back Alive – City On A Hill – The Whips Blow Back – Colony Collapse – The Feast – Ergot – Relief www.GenghisTron.comwww.relapse.com I Genghis Tron sono, probabilmente, uno dei pochi gruppi ancora interessanti provenienti dal calderone


Board Up The House – Endless Teeth – Things Don’t Look Good – Recursion – I Won’t Come Back Alive – City On A Hill – The Whips Blow Back – Colony Collapse – The Feast – Ergot – Relief

www.GenghisTron.com
www.relapse.com

I Genghis Tron sono, probabilmente, uno dei pochi gruppi ancora interessanti provenienti dal calderone post HC: lo sono perché non si limitano a mandare a memoria la lezione dei maestri o, peggio ancora, a riproporre in versione “core” gli ultimi At The Gates. Al contrario, il loro sforzo di guardare avanti e di combinare spunti sonori diversissimi tra di loro in uno stile personale ed immediatamente riconoscibile è quanto mai evidente.

“Board Up The House” oltrepassa la violenza tout court del precedente “Dead Mountain Mouth” per approdare su lidi quasi inesplorati: è in questi luoghi che può prendere forma la commistione tra elettronica alla Aphex Twin, industrial – dark di matrice Nine Inch Nails, scorie di Breach e Converge, tempi dispari cari ai Meshuggah, commistione che caratterizza tutti i 43 minuti di durata del disco. Convincono, in questo senso, brani quali “Things Don’t Look Good” (la più debitrice nei confronti della band Svedese appena citata), il dittico “Recursion – I Won’t Come Back Alive”, a metà strada tra la malinconia dei Depeche Mode e certe convulsioni tipiche dell’hardcore più corrosivo, la schizzata “City On A Hill”, mostro fonico figlio di una mutazione “cyber” dei Dillinger Escape Plan, l’omaggio ai Breach di “Colony Collapse”, ed infine la lunga ed epica “Relief”, nella quale sembra di assistere ai Fear Factory che risuonano un pezzo dei Godflesh (ma è altrettanto lecito trovarci echi di Isis e Pelican, specie per la dimensione dilatata e liquida dei drones sui quali poggia il brano). Ma, sia ben chiaro, non è presente alcun filler nell’album; ogni canzone, sia essa più sbilanciata verso derive electro – noise sia essa più devota al vecchio concetto di postcore, riveste un ruolo preciso nell’economia di “Board Up The House”, tale da farla risplendere in tutta la propria potenza e carica innovatrice.

Carica innovatrice: non a caso i Genghis Tron, con questo disco, si avvicinano al concetto di progressive, inteso in senso lato, ovviamente. Non tutto è perfetto e privo di sbavature, sebbene la personalità del trio e la sua bravura nell’amalgamare stili differenti in un’opera organica sia ormai innegabile (ed è anche motivo di vanto per la Relapse, che ha appena messo sotto contratto i Nostri). Grandissima dimostrazione di valore da parte di chi ha ancora qualcosa (tanto) da dire nell’ambito della sperimentazione sonora.

S.M.

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