Primordial – Redemption At The Puritan’s Hand

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Ottimo ritorno per gli irlandesi Primordial, che si confermano fra i gruppi più intelligenti all’interno del metal ‘estremo’. Sicuramente fra i più originali, tanto che è sempre stato più che arduo incasellarli in una definizione precisa. Il fatto di aver saputo creare uno stile così personale, in bilico fra folk, black e metallo epico va

Ottimo ritorno per gli irlandesi Primordial, che si confermano fra i gruppi più intelligenti all’interno del metal ‘estremo’. Sicuramente fra i più originali, tanto che è sempre stato più che arduo incasellarli in una definizione precisa. Il fatto di aver saputo creare uno stile così personale, in bilico fra folk, black e metallo epico va sicuramente a loro favore: non sono amati da tutti, anzi molti fanno parecchia fatica ad entrare nel loro mondo, ma è sicuro che non possano risultare indifferenti né esser tralasciati come una band fra tante.

Redemption At The Puritan’s Hand” è il loro settimo full – length, e viene pubblicato a quattro anni di distanza dai fasti del precedente “To The Nameless Dead” (2007), opera che guadagnò loro una certa notorietà anche al di fuori della nicchia degli appassionati di più stretta osservanza. Avrebbero quindi potuto rifarsi pedissequamente a quel disco. Invece no, e ancora una volta va sottolineato il coraggio e la voglia di seguire la propria strada da parte di Alan Averill “Nemtheanga” e compagni. Certo le sonorità sono piuttosto simili (ma, eccezion fatta per i primissimi esordi black metal, i Nostri portano avanti un sound inimitabile e molto riconoscibile da parecchi anni a questa parte), tuttavia i tratti più doom contenuti nelle ultime prove vengono mitigati a favore di qualche richiamo agli album di mezzo, in particolare a “Storm Before Calm” (2002).

Riaffiora qualche spunto black, come accade ad esempio nell’accelerazione a rotta di collo presente in “Bloodied Yet Unbowed” oppure nello scream che torna a graffiare qua e là, e in generale l’atmosfera si è fatta ancor più epica e sofferta. Un’epicità raggiunta non tramite effetti magniloquenti, bensì attraverso la splendida voce di Alan e un’abilità nello sviluppare contrasti drammatici che è davvero molto rara. È così che accade nell’ottima apripista “No Grave Deep Enough”, riuscitissima fusione fra folk celtico e metallo pesante, oppure nella ‘ballad’ (ma niente sdolcinature, qui siamo in piena tragedia) “The Mouth Of Judas”, una delle composizioni più riuscite dell’LP, sorretta da una prestazione vocale eccezionale.

Si tratta di un album lungo (più di un’ora di durata), complesso nella sua linearità di soluzioni, che richiede impegno per essere compreso a fondo. Così è la musica dei Primordial, poco appariscente, scura e profonda; non riluce immediatamente allo sguardo, eppure lasciandola filtrare può insinuarsi nello spirito. Insomma, altra grande prova da parte di cinque musicisti di cui abbiamo bisogno.

Stefano Masnaghetti

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