[Progressive Metal] Dream Theater – Black Clouds …

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  [Progressive Metal] Dream Theater – Black Clouds & Silver Linings (2009) A Nightmare To Remember – A Rite Of Passage – Wither – The Shattered Fortress – The Best Of Times – The Count Of Tuscanyhttp://www.dreamtheater.net/http://www.roadrunnerrecords.it/ Nel nuovo millennio i Theater hanno cambiato pelle, sono passati a suonare riffs più pesanti, a puntare fisso

 

[Progressive Metal] Dream Theater – Black Clouds & Silver Linings (2009)

A Nightmare To Remember – A Rite Of Passage – Wither – The Shattered Fortress – The Best Of Times – The Count Of Tuscany

http://www.dreamtheater.net/

http://www.roadrunnerrecords.it/

Nel nuovo millennio i Theater hanno cambiato pelle, sono passati a suonare riffs più pesanti, a puntare fisso su composizioni lunghissime (‘more epic’ direbbe Portnoy), a utilizzare sempre più spesso vere e proprie jam session come base delle loro canzoni. Ogni tanto sono tornati a fare progressive rock per accontentare chi rimpiangeva i tempi andati (“Octavarium” anyone?) ma sostanzialmente è da Train Of Thought che abbiamo di fronte una nuova incarnazione dei Dream.
Ora, sorprendersi nel trovare sei pezzi di cui 4 che sfiorano o superano il quarto d’ora di durata singolarmente, lamentarsi degli intrecci tastiera/chitarra o del sound simil thrash di Petrucci, domandarsi perché ci sono troppi sbrodolamenti poco funzionali alla canzone in sè…insomma è tutto fuori tempo massimo. Già Systematic Chaos aveva ribadito ulteriormente l’aria che tirava, e nonostante qualche pezzo superfluo, era un disco godibile.

“Black Clouds & Silver Linings” in certi momenti è veramente pesante, metallico come il già citato ToT, ma anche ruffiano e auto celebrativo, ricco di spunti che verranno apprezzati dopo diversi ascolti e poco adatto a essere usato come sottofondo mentre si fa altro. A parere di chi scrive opener e “The Count Of Tuscany” sono tra i migliori pezzi composti dai Nostri nell’ultimo decennio, “A Rite Of Passage” con una parte centrale classicamente heavy è un singolo non malvagio mentre “The Shattered Fortress” è un compendio efficace alla megasuite degli ‘alcolisti anonimi’ che Portnoy porta avanti da Six Degrees Of Inner Turbulence: divertitevi (o esaltatevi) a scoprire le citazioni di cui il brano è composto, evitando di liquidarlo come semplice medley. “Wither” e “The Best Of Times”, dedicata al padre del drummer del gruppo deceduto da poco, sono invece i momenti meno ispirati all’interno di un disco buono che si colloca a un piano superiore rispetto al già citato “Systematic” del 2007. Inossidabili.

 

 

 

Il disco si apre con un brano di techno thrash con aperture melodiche cantabili ma parecchio banali che si snoda attraverso 14 minuti, in cui l’unico momento di sorpresa sono alcune strofe molto thrash metal latrate da Portnoy che forse ha imparato a cantare. Seguono gli 8 minuti del singolo A Rite Of Passage, brano che non sarebbe nemmeno male se non fosse funestato da un ritornello brutto e dalla consueta prolissità fine a sé stessa. Quella dei ritornelli pessimi pare una costante del disco, i nostri sembrano ormai aver perso la capacità di scrivere delle canzoni con qualcosa capace di restarti in mente.
Il terzo pezzo, Wither, con i suoi 5 minuti è il più breve del disco. Si tratta di un brano lento con qualcosa, soprattutto nella parte iniziale, che ricorda da vicino le atmosfere di Lifting Shadow Of A Dream, e potremmo sbilanciarci parlando di una canzone quasi riuscita.
The Shattered Forest sono 12 minuti che per lo più citano brani dei precedenti lavori (The Glass Prison, This Dying Soul, The Root Of All Evil, Repentance) andando a continuare (finalmente a concludere) la saga sull’alcolismo di Portnoy, una sorta di meadly di fattura sicuramente pregevole ma piuttosto evitabile.
Il peggio arriva con i 13 minuti di The Best Of Time… iniziamo con un’interessante, per quanto prolissa, intro di piano, si prosegue con la banale elettrificazione del tutto, poi plagiando i Rush fino a sfociare in un ritornello forse happy ma di sicuro imbarazzante per la sua banalità a cui fanno seguito sette minuti sette di pura retorica musicale. Roba che avrebbe fatto, forse, faville sul disco di qualche guitar hero nel 1985.
Il disco termina con i quasi 20 minuti di “The Count Of Tuscany”, probabilmente il miglior brano del gruppo. Niente per cui gridare al miracolo: trattasi della solita super suite in cui i Nostri giocano a rifare il verso a Genesis, Yes e Kansas richiamando anche parecchio suoni e soluzioni di Images And Words. Rispetto agli altri pezzi, almeno questo suona costruito meglio, più omogeneo, più studiato e parecchio più avvincente.

Un amico saggio disse “il fan dei Dream Theater è isomorofo al blackmetaller più deteriore però solitamente gli viene riconosciuta, spesso a torto, una maggiore cultura musicale” quindi non stupitevi se i sostenitori accaniti del gruppo parlano di capolavoro. Purtroppo bisogna accettare il fatto che i Dream Theater siano un gruppo discograficamente morto da una decina d’anni che ormai campa riempiendo i dischi di jam session con tastiere infilate dentro alla buona per suonare progressive e infilando alla fine del tutto un’infinita suite di prog senile che ha come scopo principale quello di non farli sembrare degli ottusi metallari. Anche i loro fan più incalliti meriterebbero di meglio.

Stefano Di Noi

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