[Progressive Metal] Mastodon – Crack The Skye

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[Progressive Metal] Mastodon – Crack The Skye (2009) Oblivion – Divinations – Quintessence – The Czar – Ghost Of Karelia – Crack The Skye – The Last Baron http://www.mastodonrocks.comhttp://www.warnerbrosrecords.comIl cammino dei Mastodon si fa sempre più ambizioso. In questo contesto, “Crack The Skye” potrebbe esser ricordato come il disco del definitivo trionfo, oppure l’inizio della

[Progressive Metal] Mastodon – Crack The Skye (2009)

Oblivion – Divinations – Quintessence – The Czar – Ghost Of Karelia – Crack The Skye – The Last Baron

http://www.mastodonrocks.com
http://www.warnerbrosrecords.com

Il cammino dei Mastodon si fa sempre più ambizioso. In questo contesto, “Crack The Skye” potrebbe esser ricordato come il disco del definitivo trionfo, oppure l’inizio della parabola discendente, o ancora un album di transizione verso ulteriori orizzonti musicali. Rimane il fatto, incontestabile, che mai in precedenza la band aveva operato uno stacco così netto col suo passato, tanto che ai primi ascolti sembra di aver a che fare con un altro complesso.

Non mi cimenterò in una recensione “track by track”, tanto macchinosa quanto inutile. Piuttosto, cercherò di capire dove il quartetto americano sia voluto andare a parare. Impresa ostica, nonostante loro stessi abbiano fornito alcune preziose indicazioni, dal concept psichedelico e astratto – fondamentalmente, si parla di un viaggio extra corporeo che offre l’occasione al protagonista di viaggiare nel tempo attraverso un wormhole – alle influenze più strettamente musicali – l’uso di chitarre e amplificatori anni Settanta, scelti per ottenere un suono grasso e pieno – fino al chiaro omaggio ai mostri sacri del progressive rock con la mini suite “The Czar”, divisa in quattro movimenti.

Tutto vero, tutto pertinente. “Crack The Skye” è la loro opera più distesa e melodica. Le cervellotiche trame di batteria perpetrate da Brann Dailor si sono semplificate e snellite, salvo qualche passaggio contenuto in “The Last Baron”; si punta piuttosto alla pastosità del tandem chitarristico Hinds – Kelliher, che in alcuni punti è supportato dalle tastiere retrò di Rich Morris. Ne sgorga un suono caldo, avvolgente, fantasiosamente errante. Una grossa mano a tali sonorità, più pervasive che aggressive, è data anche dalle parti vocali: sparito quasi del tutto lo scream, il cantato di Sanders e di Hinds si è fatto più morbido e alla costante ricerca del volo melodico adeguato, in grado di esaltare le spinte progressive presenti nell’amalgama fonico dei Nostri. I Mastodon non sono mai stati così suadenti.

Fin troppo, però. Nonostante la netta virata stilistica, a ben guardare germi del nuovo corso si possono chiaramente rintracciare in alcuni episodi del precedente “Blood Mountain”: in particolare, “Crack The Skye” pare il frutto di una smisurata espansione delle soluzioni di “Sleeping Giant”, “Siberian Divide” e “Pendulous Skin”, con l’aggiunta di una componente di hard rock classico che, se in alcuni frangenti funziona bene, è però talmente massiccia da risultare eccessiva e, infine, quasi tediosa. Oltre a ciò, ad appesantire il tutto c’è una prova canora non sempre a fuoco e non abbastanza personale: ascoltate ad esempio le vocals di “Oblivion”, troppo simili al timbro di Layne Staley (Alice In Chains). Giunti alla fine dell’ascolto, non ci si scrolla di dosso un senso di ampollosità che avvelena l’intero disco.

Come molti altri complessi d’estrazione “dura”, anche i Mastodon si sono definitivamente fatti abbagliare dal sogno di rileggere le atmosfere del prog storico. Lo fanno, però, con eccessivo timor reverenziale verso gli originali e le sonorità di quasi quarant’anni fa, risultando forse più regressivi che genuinamente progressivi. “Crack The Skye” rimane un buon lavoro, ma privo del coraggio dispensato a piene mani in “Leviathan” e in “Blood Mountain”, troppo arroccato in retroguardia. Ancora poco per una band che punta al vertice.

Stefano Masnaghetti

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