[Progressive-Death] Opeth – Watershed (2008)

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  Coil – Heir Apparent – The Lotus Eater – Burden – Porcelain Heart – Hessian Peel – Hex Omega http://www.opeth.comhttp://www.roadrunnerrecords.com Esauritasi la vena creativa, gli Opeth giocano di rimessa e orchestrano un disco che dovrebbe rappresentare una specie di summa della loro intera carriera. La mia potrebbe sembrare un’affermazione troppo dura, ma ascoltando attentamente

 

Coil – Heir Apparent – The Lotus Eater – Burden – Porcelain Heart – Hessian Peel – Hex Omega

http://www.opeth.com
http://www.roadrunnerrecords.com

Esauritasi la vena creativa, gli Opeth giocano di rimessa e orchestrano un disco che dovrebbe rappresentare una specie di summa della loro intera carriera. La mia potrebbe sembrare un’affermazione troppo dura, ma ascoltando attentamente le sette tracce che compongono la versione standard di “Watershed” sono giunto obbligatoriamente a questa conclusione.

A tre anni di distanza dal coraggioso e ispirato “Ghost Reveries”, gli Svedesi si affidano al loro mestiere e alla loro quasi ventennale esperienza e riescono a comporre un album formalmente perfetto, ma totalmente rivolto al passato e assemblato in modo fin troppo macchinoso. Probabilmente c’è chi gradirà parecchio, dato che “Watershed” altro non è che l’Opeth sound elevato al cubo; racchiusi entro le sue note ci sono tutti, ma proprio tutti gl’ingredienti che hanno reso celebre questa band. Abbiamo quindi il brano acustico che ricorda fortemente il progressive delicato di “Damnation” (Coil); a seguire un tuffo nel death del passato, quello di “My Arms, Your Hearse” (Heir Apparent); poi il classico pezzo intricato e ricco, fin troppo, di cambi di tempo, a metà strada tra certe sonorità di “Blackwater Park” e le suggestioni retrò del già citato “Ghost Reveries” (The Lotus Eater); e così via fino al termine del disco. Ovviamente non mancano i lati positivi, tra i quali quello che spicca maggiormente è la prestazione vocale di Akerfeldt, forse mai così sicuro e abile nel giostrarsi tra growl e clean vocals; altri pregi possono essere colti soprattutto per quanto attiene alla capacità tecnica dei Nostri, ormai giunta a livelli di virtuosismo strumentale. Arma, quest’ultima, che però si rivela a doppio taglio, dato che spesso in “Watershed” i preziosismi prog e i continui cambi di direzione musicale vengono spinti all’eccesso, facendo perdere mordente e capacità comunicativa alle canzoni.

Probabilmente gli Opeth vorrebbero rappresentare, per la loro generazione, quello che i King Crimson hanno rappresentato per i ragazzi cresciuti negli anni Settanta (va però aggiunto che, in questo campo, hanno molti concorrenti, addirittura più agguerriti di loro): peccato che questa aspirazione abbia preso loro la mano, tanto che quest’ultimo disco risulta essere il più cerebrale, arzigogolato e, in ultima analisi, il meno ispirato della loro storia.

S.M.

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