Rhapsody Of Fire – From Chaos To Eternity

Rhapsody Of Fire From Chaos To Eternity /5
Giunge alla conclusione la lunghissima Dark Secret Saga dei Rhapsody Of Fire, iniziata con il debut album “Legendary Tales” nell’ormai lontano 1997. Per dare un’idea della sua estensione, basti pensare che questo capitolo conclusivo è l’ottavo disco imperniato su tale epopea. Trattare i Rhapsody snocciolando i soliti luoghi comuni che le due fazioni contrapposte, formate

Giunge alla conclusione la lunghissima Dark Secret Saga dei Rhapsody Of Fire, iniziata con il debut album “Legendary Tales” nell’ormai lontano 1997. Per dare un’idea della sua estensione, basti pensare che questo capitolo conclusivo è l’ottavo disco imperniato su tale epopea.

Trattare i Rhapsody snocciolando i soliti luoghi comuni che le due fazioni contrapposte, formate la prima da coloro i quali adorano ogni vagito della band symphonic power metal e la seconda da quelli che ne deridono ogni singola nota ‘adolescenziale’, sarebbe inutile oltreché ormai pedante e noioso. Gli argomenti di entrambi i partiti li si conosce a memoria tutti quanti, e non vale la pena elencarli per l’ennesima volta. Forse l’unica strada da percorrere nel trattare di “From Chaos To Eternity” è cercare, sin quando umanamente possibile, di attenersi alla più pura oggettività, tenendo presente che si sta comunque parlando del gruppo power metal più famoso d’Italia, il quale anche al di là dei patri confini ha segnato, e in parte rinnovato, la storia di tale genere musicale.

“From Chaos To Eternity” è, dunque, degna conclusione della saga? In parte, ma non del tutto. Musicalmente non si rileva nessuna novità degna di nota. Quello che la band, ora un quintetto comprendente il chitarrista Tom Hess, ha orchestrato è l’ideale prosecuzione del predecessore “The Frozen Tears Of Angels” (2010), il quale altro non è stato che il proseguimento naturale di “Triumph Or Agony” (2006), e così via a ritroso sino agli albori della formazione. Ovvio che qualche piccolo aggiustamento c’è stato; in particolare gli ultimi due lavori sono stati indirizzati verso un sound più chitarristico e leggermente meno pomposamente orchestrale, più diretto. Scelta saggia, in grado di donare lievi accenti di diversità al consolidato stile dei Rhapsody; in mancanza di idee realmente nuove meglio sfruttare l’esperienza e l’abilità coltivate in più di tre lustri d’attività, e i Nostri hanno fatto esattamente questo. Si sono anche giostrati bene, tanto che la chitarra più aggressiva di Luca Turilli non rovina affatto il lavoro alle tastiere di Alex Staropoli, che anzi in quest’opera sfrutta come non mai le potenzialità del pianoforte.

Analizzando più nello specifico i pezzi, ce n’è per tutti i gusti, anche se a volte risulta impossibile tacere di alcuni scivoloni di troppo. Fra i vertici del disco si segnalano la title – track, ossia tutto il loro modus operandi condensato in un pezzo, i passaggi neoclassici di “Tempesta di Fuoco“, cantata interamente in italiano, e soprattutto la gaia furia di “Tornado“, possente e orecchiabile allo stesso tempo, che sfocia in un ritornello d’immediata presa. Buona anche la progressiva “Ghost Of Forgotten Worlds“, la quale richiama i passaggi più intricati di un disco come “Symphony Of Enchanted Lands” (1998), e la tempestosa e ‘feroce’ “Aeons Of Raging Darkness“, in cui riff violenti e parti in blast beat s’accompagnano a improvvise aperture sinfoniche, mentre Fabio Lione passa dal cantato melodico allo scream e persino al growl. Pollice verso, invece, per la monotona “I Belong To The Stars“, sorta di mid tempo hard rock melodico con cori operistici che poco c’entrano con la natura della composizione, così come a non convincere è anche “Anima Perduta“, ibrido fra le atmosfere ‘tragiche’ di “Lamento Eroico” e un incipit che ricorda da vicinissimo la prima parte di “Forest Of Unicorns“. Infine, i quasi 20 minuti della suite finale “Heroes Of The Waterfalls’ Kingdom“, suddivisi in cinque parti, mostrano un po’ troppe pecche; ottima la prima parte, “Lo Spirito della Foresta“, acustica e vicina a Branduardi (altra fissazione del complesso), mentre il resto s’impegola fin troppo in un’accozzaglia di luoghi davvero troppo comuni, prolissità assortite e troppe parti narrative affidate al solito Christopher Lee.

Sì, i Rhapsody potevano terminare meglio la loro saga. Tuttavia non si può parlare di vero e proprio fallimento, affatto. Come si evince dal paragrafo soprastante, i momenti interessanti ci sono, gli arrangiamenti sono mediamente più che buoni, a volte ottimi, e, forse la nota più lieta, Lione sfodera una prestazione maiuscola lungo tutto il disco, forse la sua migliore di sempre; su disco la sua capacità di cambiare registro a piacimento e con scioltezza è ormai acclarata. E probabilmente basterà questo ai fan per amare “From Chaos To Eternity”.

E adesso, finita la saga, è forse giunta l’ora di sfoderare la tanto chiacchierata Rhapsody In Black?

Stefano Masnaghetti

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