Satyricon Satyricon

Satyricon Satyricon 3.5/5
Restar delusi da questo disco è più che lecito. Il duo norvegese ha lasciato trascorrere ben cinque anni dal precedente “The Age Of Nero” senza pubblicar nulla, e chi si aspettava un capolavoro nutriva evidentemente aspettative fin troppo ottimiste. La realtà è questa: giunti all’ottavo album, i Satyricon non mostrano certo sovrabbondanza d’idee, e le

Restar delusi da questo disco è più che lecito. Il duo norvegese ha lasciato trascorrere ben cinque anni dal precedente “The Age Of Nero” senza pubblicar nulla, e chi si aspettava un capolavoro nutriva evidentemente aspettative fin troppo ottimiste. La realtà è questa: giunti all’ottavo album, i Satyricon non mostrano certo sovrabbondanza d’idee, e le strutture delle 10 tracce presenti nel primo full – length omonimo non si discostano molto da quelle già ampiamente praticate nei predecessori. Il black metal rimane solo una fra le tante sfumature presenti nelle sonorità aspre e spigolose di Satyr e Frost; si fa spazio nel riffing serrato di “Walker Upon The Wind” e fra le pieghe di “Ageless Northern Spirit“, per il resto le atmosfere conducono piuttosto verso uno stile scarno e modernista, giocato quasi sempre su mid tempo privi di grandi sussulti.

Però. Se anche la band scandinava non ha operato nessun miracolo producendosi in chissà quale prodigio, allo stesso tempo è innegabile la qualità di “Satyricon“, lavoro comunque consistente e persino vario. Ci sono momenti che faranno la gioia del fan di lungo corso, senz’ombra di dubbio. Qualche esempio: il tempo di marcia nordica su cui è basato “Tro Og Kraft“, che potrebbe essere un pezzo in stile “The Shadowthrone“, semplicemente traslato nell’ottica minimalista che contraddistingue i Satyricon di oggi; gli effetti di tensione e distensione che caratterizzano il singolo “Our World, It Rumbles Tonight” (in realtà i momenti di stasi ambient sono una costante dell’opera); il punk ‘n’ roll di “Nekrohaven“, semplicissimo eppure efficace; l’atmosfera metafisica della cangiante “The Infinity Of Time And Space” e quella terrena di “Nocturnal Flare“; infine, l’inattesa “Phoenix“, ibrido fra Paradise Lost e ballad progressive anni Settanta interpretata dalla voce pulita di Sivert Høyem, cantante dei Madrugada. Quel che resta, allora, è un ottimo esempio di come costruire un disco di metal estremo al passo coi tempi, in cui poche pennellate sono in grado di suggerire contorni ben definiti. Interessanti anche i riff che, seppure ancorati al consueto stile dei Nostri, mostrano incessanti rimandi verso quelli alieni e scheletrici di Ved Buens Ende/Virus. È un bell’accontentarsi.


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