Sepultura – Kairos

Sepultura Kairos Recensione /5
Nel 1996, ai tempi di “Roots“, i Sepultura avevano il mondo (metallaro, ma non solo) ai loro piedi. Riscuotevano elogi unanimi da parte della critica, folgorata da quell’esperimento di metal tribale che pareva dischiudere orizzonti futuri ancor più gloriosi per la band brasiliana; e, accanto alla stampa, anche il pubblico era disposto a seguirli, tanto

Nel 1996, ai tempi di “Roots“, i Sepultura avevano il mondo (metallaro, ma non solo) ai loro piedi. Riscuotevano elogi unanimi da parte della critica, folgorata da quell’esperimento di metal tribale che pareva dischiudere orizzonti futuri ancor più gloriosi per la band brasiliana; e, accanto alla stampa, anche il pubblico era disposto a seguirli, tanto che i loro dischi si vendevano come il pane e i video andavano in rotazione su MTV. Chi scrive trova “Roots” leggermente sopravvalutato, e preferisce i due precedenti “Arise” (1991) e “Chaos A.D.” (1993), ma si tratta d’inezie; gusti personali a parte, i Sepultura stavano davvero diventando un nome grosso, e lo status di rockstar (ossia, dimostrare di saper andare al di là dell’universo metal, sia a livello di pubblico sia grazie alla capacità d’influenzare altri stili musicali) era quasi raggiunto.

Poi Max Cavalera se n’è andato e il sogno s’è spezzato, mentre la corazzata sudamericana ha iniziato a perdere colpi, fino a giungere al 2006 con l’abbandono dell’altro fratello Cavalera, Igor (per chi non lo sapesse, oggi i due si dilettano nei Cavalera Conspiracy).

Oggi, con buona pace dei loro die – hard fan, il gruppo brasiliano si presenta in una veste quasi anonima. “A-Lex” (2009) aveva tratto in inganno parecchi: seppur non perfetto, era un lavoro che cercava nuove soluzioni, soprattutto a livello strumentale, e che dopo un paio di album davvero sottotono dava l’impressione di un risveglio da parte di Andreas Kisser e soci. “Kairos“, al contrario, fa marcia indietro e ci presenta una band che mostra di aver davvero poche idee e ancor meno voglia di rischiare. Fondamentalmente si tratta di una collezione di brani improntati al consueto groove/thrash metal dal taglio modernista, con qualche spolverata di death qua e là e un incedere monolitico basato su mid – tempo che finiscono per risultare troppo monotoni. Derrick Green, qui tornato protagonista rispetto ad “A-Lex”, fa come sempre il suo dovere, confermandosi degno sostituto di Max (ma si sapeva già), e confermando che il problema non è lui. Piuttosto, ad affossare l’album è la scarsità d’idee nel riffing di Andreas e la povertà di soluzioni ritmiche, che come già detto si adagiano quasi sempre su tempi medio – lenti che comunicano davvero poco. E neppure va molto meglio con i brani più veloci (“No One Will Stand” è thrash scolastico) , anche se “Seethe” qualche sussulto riesce a regalarlo, mentre “Mask” ha davvero un buon groove e un buon assolo (ma poco altro). Il premio al brano peggiore va invece alla cover dei MinistryJust One Fix“, incerta se giocare la carta del filologicamente corretto o tentare una rielaborazione personale: il risultato è un fallimento su entrambi i fronti.

Nel complesso, “Kairos” potrebbe pure essere una buona prova se a scriverlo fosse stato un gruppo ‘normale’. Cosa che i Sepultura non erano affatto e che, purtroppo, oggi invece sono. I più devoti verso questo storico nome si accontenteranno, tutti gli altri no. E magari penseranno, una volta di più, che se i Nostri vogliono recuperare anche solo una parte dello splendore passato, l’unica via praticabile è quella della reunion.

Stefano Masnaghetti

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