Skindred – Union Black

skindred union black recensione /5
Quarto album per i gallesi Skindred, uno dei pochi gruppi capaci di imparare la lezione del nu metal della seconda metà degli anni Novanta e di farla evolvere, con coerenza, ai giorni nostri. In Union Black troviamo un vero e proprio melting pot di idee e generi musicali: in una produzione che ricorda i migliori


Quarto album per i gallesi Skindred, uno dei pochi gruppi capaci di imparare la lezione del nu metal della seconda metà degli anni Novanta e di farla evolvere, con coerenza, ai giorni nostri.

In Union Black troviamo un vero e proprio melting pot di idee e generi musicali: in una produzione che ricorda i migliori lavori di Ross Robinson, vi sono elementi cari ai fan di Disturbed, System of a Down, Korn, Mudvayne, ma anche ingombranti influenze reggae e, a sprazzi, dubstep, che rendono la proposta della band di Newport tra le più creative nel genere. Il risultato sono 12 tracce tra le quali troviamo vere e proprie mazzate sonore (Warning, Doom Riff, Own You), canzoni che sembrano uscite dalla Giamaica (Make Your Mark, Guntalk), e parti più sperimentali, tutte collocate nella parte finale del disco, dove Benji Webbe gioca più sulla melodia che sull’urlato. Bad Man Ah Bad Man, che ricorda molto il punk rock più tirato, Death To All Spies e Game Over sono tre episodi che danno all’ultima release dei britannici un tocco di originalità che nell’alternative metal manca, anche da parte dei nomi più grossi.

Union Black non è un disco fatto per il mercato italiano: figlio di una scena dinamica come quella britannica, il mix di generi potrebbe non incontrare l’interesse di fan settoriali come quelli tricolori. Resta il fatto che, pur non essendo di fronte ad un classico, Union Black è un gran bell’album, che conferma il fatto che il crossover è tra i generi più aperti alle sperimentazioni del panorama hard and heavy.

Nicola Lucchetta

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