[Sludge/Doom Metal] Ramesses – Take The Curse (2010)

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http://www.hcp-industries.demon.co.uk/ramesses/http://www.ritualproductions.net/ Si scrive Ramesses ma si legge Electric Wizard. È noto a tutti gli appassionati, infatti, il debito creativo che questo trio inglese nutre nei confronti della band di Jus Oborn. Non solo, perché i fondatori dei Ramesses sono proprio due transfughi del Mago Elettrico, ossia Tim Bagshaw (chitarra) e Mark Greening (batteria), che all’indomani


http://www.hcp-industries.demon.co.uk/ramesses/
http://www.ritualproductions.net/

Si scrive Ramesses ma si legge Electric Wizard. È noto a tutti gli appassionati, infatti, il debito creativo che questo trio inglese nutre nei confronti della band di Jus Oborn. Non solo, perché i fondatori dei Ramesses sono proprio due transfughi del Mago Elettrico, ossia Tim Bagshaw (chitarra) e Mark Greening (batteria), che all’indomani di “Let Us Prey” (2002) decisero di abbandonare il gruppo d’origine e, reclutato Adam Richardson (voce e basso), vecchia conoscenza dei tempi dei Lord Of Putrefaction e Thy Grief Eternal (in pratica, i due complessi pre Electric Wizard), crearono questo progetto con lo scopo di esprimere ancor più liberamente la loro passione per i suoni putridi e melmosi.

Un intento perseguito con rara coerenza. Sin dai primi lavori la loro musica si è focalizzata su di un sound marcescente, lento, denso e tetragono a qualsiasi influenza esterna. In poche parole, null’altro che un’ulteriore estremizzazione di quanto gli Electric Wizard avevano raggiunto con il sopracitato “Let Us Prey”, il loro disco più sludge e monolitico. Non sorprende, quindi, che Tim e Mark se ne siano andati proprio dopo quell’opera, poco prima della svolta stoner di “We Live” (2004). L’universo dei Ramesses è un continuo sprofondare in buchi neri che inghiottono qualsiasi barlume di luce e tirano giù verso sabbie mobili d’oscurità. Spesso il risultato è interessante, ma a volte la sensazione è che manchi un pizzico di varietà e che l’originalità latiti un po’ troppo.

“Take The Curse”, però, mostra che qualcosa è cambiato nella musica della band. Che ora è più disposta a inglobare suggestioni diverse, ed è in grado di spingersi oltre lo sludge metal più pestilenziale. Ecco quindi che il loro secondo album è anche il migliore, ben superiore al precedente “Misanthropic Alchemy” (2007). Si calca sempre la mano su atmosfere malsane, che fanno da perfetta cornice ai consueti riferimenti ai film horror di serie B e, in generale, ad un immaginario esasperatamente devoto verso certo occultismo di seconda mano. Ma questa volta i brani sottolineano più compiutamente gli oscuri rituali narrati dai Nostri. I riff macilenti e i tempi di batteria rubati a Black Sabbath e Melvins si alternano a momenti meno ortodossi, e la componente psichedelica è meglio sfruttata rispetto al passato. Ottima la prova di Adam dietro al microfono, capace di passare dal classico growl di matrice death metal a un cantato quasi ‘pulito’, che in pezzi come “Iron Crow” e “Another Skeleton” sposa l’epica southern di Down e Crowbar. Le parti più affini ai vecchi Ramesses e, di conseguenza, agli Electric Wizard, sono spaventose colate di catrame, che però vengono spesso interrotte da elementi spuri: così avviene con le accelerazioni black metal presenti in “Black Hash Mass” e “Hand Of Glory”, oppure con il nitido doom che appare nel riff iniziale di “Terrasaw”, o ancora nel riffing arabeggiante e dilatato dall’acido della title – track.

Affascinante e claustrofobico, “Take The Curse” è un ‘must have’ per tutti i malati delle sonorità plumbee, opache e vischiose; probabilmente sarà ricordato fra le migliori pubblicazioni sludge/doom del 2010. Un grande ritorno per una realtà che è finalmente uscita dall’ombra degli Electric Wizard e che sa ormai camminare da sola. Pollice alzato.

Stefano Masnaghetti

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