Stone Sour House Of Gold And Bones Part 2

3/5
Il progetto Stone Sour era partito come side project degli Slipknot con un Corey Taylor capellone e incazzato con il mondo; 11 anni dopo lo troviamo a recitare la parte della rockstar malinconica. Come si è già visto con la band madre, anche negli Stone Sour le melodie e i riff si sono fatti meno abrasivi

Il progetto Stone Sour era partito come side project degli Slipknot con un Corey Taylor capellone e incazzato con il mondo; 11 anni dopo lo troviamo a recitare la parte della rockstar malinconica. Come si è già visto con la band madre, anche negli Stone Sour le melodie e i riff si sono fatti meno abrasivi del solito: rispetto alla prima parte qui si trovano brani più ruggenti come Black John, dove la voce di Corey e la chitarra di Jim Root sono potenti e incisive.

Anche in altri pezzi, come Peckinpah, si scorge qualcosa di interessante, ma dai due mascherati è lecito aspettarsi molto di più. Stalemate è la traccia che forse rappresenta di più gli Stone Sour oggi: grandi assoli di Roots con la voce di Corey Taylor che però non riesce mai ad ingranare la sesta marcia. L’album procede senza nè alti né bassi, risultando nel complesso piacevole. The Conflagration è una ballad molto interessante e malinconica che anticipa la title track conclusiva. Partendo dal presupposto che non è facile comprendere la ragione che ha spinto gli Stone Sour a far uscire due dischi a pochi mesi di distanza l’uno dall’altro, soprattutto visto il momento di crisi che sta attraversando il mondo della discografia, il risultato di questa seconda parte è la trasformazione definitiva degli Stone Sour a Rock band a tutti gli effetti; tutto questo farà storcere il naso ai nostalgici, ma nei prossimi anni avvicinerà di sicuro nuove flotte di fans al combo.

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