Le Scimmie – Dromomania

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Le Scimmie sono un duo italiano, composto da Angelo “Xunah” Mirolli e Mario Serrecchia. Chitarra e batteria e nient’altro, dato che la loro è musica esclusivamente strumentale. Li si potrebbe allora pensare vicini di casa degli Orthrlem, ma si sbaglierebbe, poiché manca loro quasi ogni influenza hardcore, nonché, va detto, la genialità dei due americani.

Le Scimmie sono un duo italiano, composto da Angelo “Xunah” Mirolli e Mario Serrecchia. Chitarra e batteria e nient’altro, dato che la loro è musica esclusivamente strumentale. Li si potrebbe allora pensare vicini di casa degli Orthrlem, ma si sbaglierebbe, poiché manca loro quasi ogni influenza hardcore, nonché, va detto, la genialità dei due americani. Più calzante il paragone con i Black Cobra (voce esclusa, ovviamente) e, soprattutto, coi Sardonis, duo belga anch’esso puramente strumentale recensito su queste stesse pagine qualche tempo fa (cercatevi il loro album omonimo del 2010, non ve ne pentirete). Con questi ultimi Le Scimmie hanno in comune la base stoner – doom del suono, nonostante una maggior leggerezza di tratto che contraddistingue gli italiani.

“Dromomania”, autoprodotto, è il loro primo disco vero e proprio, dopo un EP (L’Origine) rilasciato tre anni orsono. Sfrutta il trucco del tema con variazioni. Il tema sarebbe l’incombente senso di minaccia paranoica che trasuda dalle loro note, le variazioni consistono in un continuo scavo sonoro che in dieci tracce vede citare di volta in volta Kyuss, Melvins, Electric Wizard, Karma To Burn, distensioni psichedeliche e ispessimenti quasi sludge, ricordi della Seattle primi anni Novanta e psicosi desertiche. Dromomania è la tendenza nevrotico – schizofrenica che porta a camminare di fretta senza una meta definita, e nel corso del lavoro altri episodi si riferiscono a disturbi ossessivo – compulsivi e fobie varie, vedi ad esempio “Athazagorafobia I e II”, “Nostofobia” (scoprite voi su google i vari significati), “Frustrazione della Psiche”, etc. Non stupisce che il mood dell’opera tenda alla cupezza e ad una complessiva follia latente. Nonostante ciò, “Frekete” (data la provenienza della band da Vasto, credo che si tratti di una storpiatura dell’esclamazione abruzzese “freghete”) è quasi allegra, e la stessa “Athazagorafobia I” è un solenne lento acid rock quasi rilassante.

Buon esordio dall’ottima gamma espressiva, ma sin troppo breve (appena 24 minuti) ed eccessivamente ‘citazionista’ per essere apprezzato fino in fondo. Ciononostante si sente che i ragazzi hanno la stoffa per emergere nel loro particolare ambito musicale, e in futuro le sorprese, ne sono certo, non si faranno attendere. Un pizzico di maturità e personalità in più e il gioco è fatto.

Stefano Masnaghetti

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