Stratovarius – Elysium

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Le band in grado d’incarnare una moda più o meno passeggera, quando quella moda finisce per declinare inevitabilmente e fisiologicamente, fanno sempre molta fatica a rialzarsi e a proseguire nel loro periodo d’oro. Soprattutto quando le idee e lo stile rimangono i medesimi, mentre i tempi sono irrimediabilmente mutati. Allora, nel migliore dei casi, continuano

Le band in grado d’incarnare una moda più o meno passeggera, quando quella moda finisce per declinare inevitabilmente e fisiologicamente, fanno sempre molta fatica a rialzarsi e a proseguire nel loro periodo d’oro. Soprattutto quando le idee e lo stile rimangono i medesimi, mentre i tempi sono irrimediabilmente mutati. Allora, nel migliore dei casi, continuano a vivacchiare grazie allo ‘zoccolo duro’ dei propri fan; ma col passare degli anni finiscono per diventare un fenomeno sempre più marginale.

È questo il caso degli Stratovarius, fra i leader dell’ondata del power melodico e neoclassico/barocco registratasi sul finire degli anni Novanta del secolo scorso, che a ben guardare era già essa un fenomeno retrospettivo, praticamente una crasi fra le melodie degli Helloween e gli assoli virtuosistici di Malmsteen. Ai tempi di “Visions” (1997) persino i ‘truzzi’ ascoltavano i finlandesi (data la non più giovane età, è lo stesso sottoscritto ad esserne testimone), e il loro heavy metal non così tanto heavy faceva breccia nei cuori dei ragazzini alle prime armi con la musica dura, arrivando addirittura a lambire la popolarità mainstream. A questa, però, i Nostri non sono mai veramente giunti, e con il nuovo millennio le loro quotazioni sono calate vertiginosamente, non solo a livello di pubblico, ma anche e soprattutto a livello di critica. Ormai è scontato scrivere in una recensione di un loro album che “gli Stratovarius sono un gruppo alla frutta, non hanno più idee, tutti i brani sono scontati, è la solita minestra, disco insignificante, etc.”; tutto questo, però, non sempre è vero, o perlomeno si tratta spesso di luoghi comuni che non danno ragione della bravura del complesso e dei suoi reali limiti.

“Elysium”, ad esempio. Nonostante i grossi travagli avutisi negli ultimi tempi a livello di line – up, con conseguente abbandono del fondatore Timo Tolkki, non si tratta affatto di un brutto lavoro. Certo le soluzioni sonore non sono più di prima mano (in realtà non lo sono mai state, gli Stratovarius sono fra gli act più derivativi di sempre, e lo erano anche quando facevano faville), la voce di Kotipelto accusa momenti di defaillance, e la suite conclusiva che dà il nome all’opera è piuttosto raffazzonata e dispersiva (18 minuti sono davvero troppi). Eppure “Elysium” è stato scritto in perfetto Stratovarius – style, con la consueta alternanza fra pezzi lenti e veloci, assoli al fulmicotone (Kupiainen non fa affatto rimpiangere Tolkki) e momenti più atmosferici in cui è lasciato spazio alle tastiere, cori ed effetti ‘epici’, qualche tocco barocco e perfino alcuni lievi spunti prog (“Lifetime In A Moment”, la title – track).

Ovvio che, oltre a sottolineare tutto ciò, c’è ben poco altro da scrivere, perché le coordinate sonore sono pur sempre le solite, e di sorprese non ce ne sono affatto. Ma non è che la band sia priva d’idee; semplicemente queste ultime sono sempre le stesse, e se in vent’anni non ne arrivano mai di nuove, la sensazione di aver a che fare con un’opera scontata è ineliminabile. Questo è il limite invalicabile per gli Stratovarius. Fra le ultime prove, “Elysium” è comunque quella più centrata e riuscita, e rispetto a “Polaris” (2009) dimostra un parziale recupero d’ispirazione da parte dei finnici. Ai fan più irriducibili piacerà sicuramente.

Stefano Masnaghetti

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