[Symphonic/Heavy] Judas Priest – Nostradamus (2008)

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  [CD1] Dawn of Creation – Prophecy – Awakening – Revelations – The Four Horsemen – War – Sands of Time – Pestilence and Plague – Death – Peace – Conquest – Lost Love – Persecution[CD2] Solitude – Exiled – Alone – Shadows in the Flame – Visions – Hope – New Beginnings – Calm

 

[CD1] Dawn of Creation – Prophecy – Awakening – Revelations – The Four Horsemen – War – Sands of Time – Pestilence and Plague – Death – Peace – Conquest – Lost Love – Persecution
[CD2] Solitude – Exiled – Alone – Shadows in the Flame – Visions – Hope – New Beginnings – Calm Before the Storm – Nostradamus – Future of Mankind

http://judaspriest.com/home/default.asp
http://www.sonybmg.it

In anticipo nei negozi rispetto alla data originaria, è uscito finalmente il nuovo disco dei Judas Priest, un ambizioso concept album sulla figura di Nostradamus, che non mancherà di far discutere, scannare e litigare milioni di appassionati (della musica dei Priest, non del profeta…).

Intanto diciamo che chi cerca il classico disco heavy, scontato e piatto à la “Angel Of Retribution”, o attende da anni il secondo capitolo di “Painkiller” o “British Steel” ha sbagliato indirizzo. Chi invece vuole sentire un gruppo che si sta avvicinando ai quanrant’anni di attività e che ha deciso nel 2008 di osare come mai fatto prima, sia il benvenuto in questo doppio cd dalla durata superiore ai 100 minuti.
L’atmosfera è da subito epica e cupa, sin dai primi brani (“Prophecy” e “Awakening”, sostanzialmente due mid-tempos classici nella ritmica) si intuisce che la parte sinfonica e l’apporto di keys, sintetizzatori e strumenti acustici saranno predominanti. Il mood è comunque heavy, la voce di Rob è più ‘controllata’ del solito e adattata per l’occasione alla narrazione quasi teatrale che gli inglesi hanno voluto mettere in piedi. Sentirete Halford cantare in italiano su “Pestilence And Plague”, ascolterete una chitarra da flamenco, momenti doom (“Death”), un paio di lentoni, intermezzi strumentali a nastro che collegano i vari momenti della storia, assoli curati nel minimo dettaglio oltre ovviamente a momenti che ci propongono i Judas veloci e graffianti che conosciamo bene (“Persecution” e titletrack).

Inutile aggiungere altro, sicuramente un album da ascoltare più volte, non immediato e privo di potenziali singoli, un lavoro di spessore che dividerà nettamente l’audience. Da vecchio rocker attempato accolgo felicemente quest’opera metal che verrà sicuramente proposta dal vivo magari in contesti diversi dai soliti palazzetti. “Nostradamus” è l’album più significativo dai tempi di “Painkiller”, sta ora a voi ascoltare e valutare, possibilmente senza i paraocchi.

P.N.

 

 

 

Anche a 60 anni si può amare. Ma l’anca non ti fa male? Se lo chiedevano gli Squallor. La risposta non l’ha mai saputa nessuno. Tanto meno, immagino, vi sarà poco chiaro che senso abbia questo incipit. Ma, dico, sono tornati i Judas Priest, i pionieri del metallo, la band storica, le mummie, i dinosauri, i fossili viventi e tutti gli altri simpatici appellativi che spettano a ogni gruppo in giro da una trentina d’anni.

Nostradamus arriva dopo 34 anni di carriera e 15 album in studio. 34 anni di metallo, di concerti, di brani immortali, di un sound riconoscibile fra mille e che ha influenzato centinaia di band.
Il tempo passa, Glenn Tipton a fine ottobre di quest’anno compirà 60 anni. Glenn, a te l’anca non fa male? Non ti sei stufato di motociclette, birra, riff affilati e calzoni di pelle?

La risposta sta tutta in Nostradamus, ed è un sì. I Priest cambiano tutto. Innanzitutto sparisce il vecchio logo dalla copertina, sostituito da un anonima scritta “Judas Priest” degna di un gruppo power metal a caso. In secondo luogo il soggetto, motociclette e storielle cazzone si fanno da parte per un concept, come se non ne fossero già stati pubblicati abbastanza, sull’astrologo-indovino francese. La durata del disco è di 1 ora e 45 minuti, grossomodo quasi il triplo di un disco medio dei Judas. Infine la musica…

I nostri, visto l’argomento, hanno deciso di accantonare la formula portata avanti per tutta la vita optando per un hard rock orchestrale. Via i riff taglienti, via i pezzi indiavolati, via i riff a due chitarre, via gli strilli ingiustificati.
La paura iniziale era di trovarsi davanti a un imbarazzante pasticcio di trombette suonate con la pianola e deliranti parti parlate, tipo l’ultimo Manowar. Fortunatamente niente di tutto ciò, anzi, le parti strumentali e orchestrali sono di buona fattura, così come i vari brani che compongono il disco.
Il risultato complessivo però non è esente da pecche.

Musicalmente è roba che andava di monda verso la fine degli anni 90, un genere che è stato abbondantemente esplorato, digerito e vomitato. Per lunghi tratti sembra di ascoltare i Savatage del post Gutter Ballet, con tutti i pro e i contro che questo può comportare. Il disco è pure troppo lungo e diversi pezzi sono tirati troppo (un esempio sono i 7 minuti e 50 di Alone, un brano ottimo se non durasse 4 minuti di troppo). Infine bisogna pure ammettere che Halford, specie sugli spunti più orchestrali, suona decisamente fuori contesto. Rob è “quello su una moto” e c’è poco da fare, in giacca, cravatta e con l’orchestra ci sta molto male.

L’impressione finale è che i Priest siano stati vittime di un eccesso di zelo. La voglia di cambiare ed esplorare strade nuove (almeno per loro) è più che lodevole, soprattutto dopo tanta e tale carriera, i risultati sono però nella media. Insomma, voto 10 per il coraggio, 6- per la musica.

S.D.N.

 

 

 

Poniamo che vostro padre sia un pasticcere, un famoso pasticcere. Anzi, forse uno dei più grandi di tutti i tempi, che ha inventato ricette su ricette copiate da tutti. Ormai a 60 anni si avvicina la pensione, e molti si aspettano un ritiro e un grande addio. Però vostro padre vi prende da parte e vi dice: ‘Figlio…ormai il mio tempo è quasi giunto. Questa potrebbe essere la mia ultima creazione. Dopo 40 anni mi sono rotto il cazzo di fare torte, quindi questa volta farò una minestra’. E vi presenta un pentolone di 4 litri colmo di una brodaglia riscaldata e pieno di tutte quelle verdure che non mangiate mai perché vi fanno schifo. Cosa gli dite? ‘Bravo papà; dopo tutti questi anni hai il coraggio di provare qualcosa di nuovo’? No, gli dite: ‘Papà, ti voglio bene, ma sei un coglione’.

M.B.

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