The Devin Townsend Project – Deconstruction

The Devin Townsend Project Deconstruction /5
Eccoci davanti all’atteso terzo capitolo del Devin Townsend Project. Capitolo che doveva essere il più estremo. Facile, a questo punto, ipotizzare un’ennesima variazione sul tema degli Strapping Young Lad. Facile ma sbagliato. Per fortuna. “Deconstruction” è, finalmente, un disco con cui Townsend torna a stupire, sia pure non in senso assoluto e, per molti aspetti,

Eccoci davanti all’atteso terzo capitolo del Devin Townsend Project. Capitolo che doveva essere il più estremo. Facile, a questo punto, ipotizzare un’ennesima variazione sul tema degli Strapping Young Lad. Facile ma sbagliato. Per fortuna.

Deconstruction” è, finalmente, un disco con cui Townsend torna a stupire, sia pure non in senso assoluto e, per molti aspetti, potrebbe essere definito come una versione molto pesante di “Infinity” sia pure con il grosso limite che la sovraesposizione discografica del Canadese ha azzerato quasi ogni parvenza di effetto sorpresa diluendo una manciata di ottime idee in troppi album e abituandoci ormai a un approccio alla produzione che sarà pure peculiare, ma è sempre lo stesso.

A livello di suono e soluzioni siamo infatti ad un ipotetico punto di incontro fra “Ziltoid“, “Alien” e “Synchestra“, brani ben scritti, ben equilibrati, ma fondamentalmente ben inquadrabili all’interno del Townsend universo e questo in barba allo sforzo tecnico e produttivo, in barba ai numerosissimi ospiti presenti e alla fatica che ideare, suonare e mixare un disco del genere comporta.

Per fortuna due brani, che fungono da centro gravitazionale per tutto il disco, fanno eccezione:

1. Planets Of The Apes, è il vero capolavoro del disco. Il brano è il risultato di un’ammucchiata selvaggia, anzi, di uno stupro brutale perpetrato dai Meshuggah ai danni di una band a caso di leziosi esteti progressive.
2. The Mighty Masturbator, è la seconda vetta del disco. Un brano imprevedibile e “narrato” che con il suo stacco techno tunzettaro vi farà esplodere il cervello.

Questi due pezzi sono quel genere di opere che ci ricordano perché abbiamo tanto amato il nostro amico canadese, arrivando, in alcuni episodi, a chiamarlo addirittura genio.Il resto, come già detto, è di buon livello benché sentito in altre salse. E alla fine “Deconstruction” è sì un buon disco ma anche una promessa mancata, perché il lavoro più estremo della sua vita Townsend lo ha già scritto, e si chiama “City“.

Stefano Di Noi

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