The Sword Apocryphon

The Sword Apocryphon 3.5/5
Puntuali come le tasse, ogni due anni i The Sword tornano con la loro nuova collezione di riff vintage. “Apocryphon” è il quarto album da studio della band statunitense, e sostanzialmente non cambia nulla dello stile consolidato negli ultimi dieci anni dal quartetto di Austin, Texas. Medesimi i riferimenti agli anni Settanta, medesimo l’approccio graffiante

Puntuali come le tasse, ogni due anni i The Sword tornano con la loro nuova collezione di riff vintage. “Apocryphon” è il quarto album da studio della band statunitense, e sostanzialmente non cambia nulla dello stile consolidato negli ultimi dieci anni dal quartetto di Austin, Texas. Medesimi i riferimenti agli anni Settanta, medesimo l’approccio graffiante e diretto al suono dello stoner metal più classico e prevedibile, il che non significa che si tratti di brutta musica, anzi. Le dieci tracce contenute nel cd sono gradevolissime all’ascolto e impagabili per quanto riguarda compattezza e coerenza sonora, e se la formazione guadagna consensi anno dopo anno è proprio perché è in grado di non deludere mai i suoi fan, inserendo infinitesimali quanto fondamentali scarti stilistici che rendono ogni suo disco leggermente diverso dal predecessore.

È questo il caso del qui presente “Apocryphon”, lavoro che richiama fortissimamente gli altri e, al contempo, introduce piccolissimi elementi di discontinuità. Fra un assolo alla Wolfmother e passaggi hard blues alla maniera dei Graveyard (solo per citare alcuni contemporanei), quello che emerge prepotentemente è il forte impianto doom metal che informa la quasi totalità delle canzoni. I tempi sono per la maggior parte cadenzati, la scansione di basso e batteria non dà tregua, e in un episodio come “The Hidden Master” persino la voce di John D. Cronise ricorda, a tratti, quella di Ozzy Osbourne, mentre l’arpeggio acustico introduttivo e il riff portante potrebbero provenire direttamente dai primi dischi dei Black Sabbath.

Nel complesso, rispetto al loro capolavoro “Warp Riders” (2010), la nuova opera risulta un po’ troppo monocromatica e schiacciata sul medesimo canovaccio, con pochi momenti in grado di differenziarsi dalla preponderante atmosfera sabbathiana; fra questi, “Dying Earth“, “Execrator” e la title – track stessa i più notevoli. Ma, come già affermato, i The Sword rimangono fra le migliori giovani realtà in grado di approcciare il suono dei Seventies, e “Apocryphon” non fa eccezione. Avercene.

Stefano Masnaghetti


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