[Thrash Metal] Exodus – Let There Be Blood (2008)

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Bonded By Blood – Exodus – And Then There Were None – A Lesson In Violence – Metal Command – Piranha – No Love – Deliver Us To Evil – Strike Of The Beast – Hell’s Breath Sito ufficiale della bandEtichetta discografica E’ passato quasi un quarto di secolo da quando Bonded by Blood, insieme

Bonded By Blood – Exodus – And Then There Were None – A Lesson In Violence – Metal Command – Piranha – No Love – Deliver Us To Evil – Strike Of The Beast – Hell’s Breath

Sito ufficiale della band
Etichetta discografica

E’ passato quasi un quarto di secolo da quando Bonded by Blood, insieme a qualche altra storica release, fissò i canoni stilistici del Bay Area sound, certamente uno dei marchi di fabbrica del thrash metal di ottantiana memoria. Che dire di quel primo album degli Exodus? Grezzo, potente, ignorante, una vera mazzata sui denti. Metà delle canzoni di quella leggendaria track-list sono ancora presenti nelle scalette delle micidiali performance live della band.

Ma riportiamo avanti le lancette dell’orologio e arriviamo a questa nuova uscita Let There Be Blood. Trattasi nientemeno che una riedizione di Bonded by Blood, riproposto con l’attuale formazione e prodotto dallo stesso Gary Holt, mentre il buon Andy Sneap si è occupato del mixing. Verrebbe da pensare che gli Exodus cerchino un modo sicuro per monetizzare il corrente revival thrash metal e già a partire dall’artwork, si ha questa certezza. Il tutto può essere considerato sotto quest’ottica e finire qui, ma vorrei farei un paio di considerazioni.

Let There Be Blood suona sicuramente più pulito e moderno dell’originale, e vorrei ben vedere, ma a distanza di tutti questi anni non perde un’oncia di cattiveria. L’acerba furia di una band di teenagers all’esordio è sostituita dalla rodata violenza chirurgica degli Exodus, un gruppo oggi ben consapevole di essere stato un pilastro fondamentale nella storia della thrash. I remake di A Lesson in Violence e Strike of Beast non concedono nulla, anche Deliver Us to Evil e l’inno Metal Command riescono a reggere bene il confronto con il passato.

Aspettavo poi al varco la prova vocale di quel cafonaccio sudista di Rob Dukes, già sentito all’opera sul buon Shovel Head Machine e sul discreto The Atrocity Exhibition, soprattutto in funzione del fatto che non ho mai completamente digerito il cantato del vecchio Zetro Souza. Devo ammettere che Dukes se l’è giocata alla grande, e probabilmente, sempre più suo agio nel ruolo, si è dimostrato all’altezza del carismatico Paul Baloff, il mai troppo compianto singer degli esordi. L’operazione nostalgia è andata a buon fine.

Mario Munaretto

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