Wolves In The Throne Room – Celestial Lineage

Wolves In The Throne Room Celestial Lineage Recensione /5
I Wolves In The Throne Room chiudono la trilogia iniziata quattro anni fa con “Two Hunters” (2007) suggellandola con il loro disco più complesso e stratificato. “Celestial Lineage“, infatti, si discosta piuttosto nettamente dal black metal feroce, viscerale e più ‘tradizionale’ che aveva caratterizzato il predecessore “Black Cascade” (2009). Recupera invece certe fascinazioni del primo

I Wolves In The Throne Room chiudono la trilogia iniziata quattro anni fa con “Two Hunters” (2007) suggellandola con il loro disco più complesso e stratificato. “Celestial Lineage“, infatti, si discosta piuttosto nettamente dal black metal feroce, viscerale e più ‘tradizionale’ che aveva caratterizzato il predecessore “Black Cascade” (2009). Recupera invece certe fascinazioni del primo capitolo del trittico e le amalgama con i paesaggi affini al post – rock presenti nello stupendo mini “Malevolent Grain” (2009). Seguendo quello che suggerisce il suo titolo (Stirpe Astrale), il quarto album dei fratelli Weaver è più etero e meno terreno, in grado di far emergere il panismo che sa sempre informa la musica dei WITTR tramite un uso ancor più marcato di stasi sonore ai confini del doom, del folk e della psichedelia. Non è un caso che sia tornata a collaborare con la band di Olympia anche Jessika Kenney, già presente con la sua voce su “Two Hunters”.

“Celestial Lineage” è un’opera dal grande fascino e dai contorni smussati. Il black metal, ancora ben presente, si dissolve nell’onirismo ambientale tipico di band come Agalloch e …In The Woods senza che ce ne si renda conto, e a loro volta gli squarci ambient e le perorazioni ultraterrene (cfr. l’introduzione di “Thuja Magus Imperium” oppure le brevi tracce strumentali “Permanent Changes In Consciousness” e “Rainbow Illness“) s’infrangono nelle detonazioni ferine di “Subterranean Initiation” e “Astral Blood“, e le cesure che dovrebbero separare tutti questi momenti sonici neppure si notano ad orecchio nudo. Rimane avvertibile la presenza dei Grandi Scandinavi (Burzum, Darkthrone…), ma nonostante Nathan contini a ruggire e i blast beat non manchino, nella sostanza che avvolge e permea le sette composizioni presenti nell’LP è divenuta fondamentale la componente psichedelica. In questo senso, interessante è l’esperimento di drone ieratico rappresentato dai cinque minuti e mezzo di “Woodland Cathedral“, in cui è la voce della Kenney a trascinare il suono verso alture mistiche che riecheggiano certi esponenti del kraut – rock, Popol Vuh di “Hosianna Mantra” in primo luogo. Potrebbe indicare quello che i WITTR diventeranno in futuro.

In breve, un altro grande disco da parte del duo proveniente dalle foreste del Nord America. Rimane però la sensazione che i Nostri tutto il loro meglio non siano ancora stati in grado di esprimerlo. Hanno all’attivo molti ottimi lavori ma forse manca ancora il capolavoro. Speriamo lo realizzino da qui a breve.

Stefano Masnaghetti

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