A Toys Orchestra Midnight Revolution

A Toys Orchestra Midnight Revloution Recensione /5
Nuovo disco e nuovo cambio di rotta per gli A Toys Orchestra, sempre bravi a scrivere, sempre bravi a comporre, ma stavolta, forse, dimentichi del senso della misura: risultato ne sono pezzi che azzardano soluzioni stilistiche tutte diverse fra loro, fra synth pop, rocchettoni appesantiti da soli di chitarra e richiami neanche troppo velati agli

Nuovo disco e nuovo cambio di rotta per gli A Toys Orchestra, sempre bravi a scrivere, sempre bravi a comporre, ma stavolta, forse, dimentichi del senso della misura: risultato ne sono pezzi che azzardano soluzioni stilistiche tutte diverse fra loro, fra synth pop, rocchettoni appesantiti da soli di chitarra e richiami neanche troppo velati agli ultimissimi Arcade Fire. L’inizio è spiazzante già di suo, le finezze di “Peter Pan Syndrome” sembrano lontane anni luce, abbandonate a favore di una scrittura sempre più catchy man mano che il tempo passa, e di un desiderio che sa di urgenza di descrivere i nostri tempi, proprio i nostri, quelli italiani di ora. La dichiarazione programmatica sta appunto tutta qui, nel primo testo, nella traccia di apertura.

Poi viene lo stomp di “Pinocchio”: ritornello che ti si attacca alla testa e non esce più, chitarrona surf ad un passo dall’essere snervante, e per un attimo hai paura che tutto vada a rotoli, e che da qui in poi le idee inizino a languire. Invece no, non funziona così, e a dimostrarcelo arriva “Lotus”. “Lotus” è quel genere di pezzo che tira su tutto il disco, quello che fa capire di che pasta sia fatto questo gruppo, che tutti abbiamo sempre pensato fosse fra i migliori, e tutti dobbiamo vogliamo pensarlo ancora: Beatles, Grandaddy, il Damon Albarn di “The Universal”, sono tutti qui, a donare ognuno un po’ del suo.

A questo punto, siamo conquistati: passano in secondo piano le altre cadute di stile, il vocoder insostenibile sulla voce di “Aphelius”, che per il resto scorre fluida, immersa in un incedere fra i Notwist e qualcosa di molto, ma molto più violento, scivola via il brutto synth pop di “Welcome To Babylon”, che però alla fine si incastra con precisione con il testo, rimane invece il bel blues di “Mutineer Blues”. Rimangono le malinconie da Girls in Hawaii della bellissima, conclusiva, “Late September”, rimane una ninna nanna, “Goodnight Again”, rimane tutto quello che sarebbe potuto risplendere davvero se solo non avesse avuto intorno questi altri pezzi che sanno di voglia di strafare, strizzare l’occhio al grande pubblico, arruffianarsi i media, rimangono l’intuizione musicale e la vera classe, che sono cose che si intuiscono sempre, anche sotto tutto il resto. Non ci resta che sperare in un ritorno di umiltà, in qualche arrangiamento in meno, in una maggiore attenzione alla coesione che è sempre meglio riuscire a trovare, fra una traccia e l’altra di un album, e poi saremo, davvero, pronti ad annoverarli fra i grandi.

Francesca Stella Riva

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