[Acid/Psych/Pop] Ganglians – Monster Head Room (2009)

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www.myspace.com/ganglianwww.souterraintransmissions.com Altro capitolo della sbornia Acid Pop americana, i Ganglians sono idealmente sovrapponibili ai Fleet Foxes, sebbene meno bucolici e ispirati, o ai Dirty Projectors, ma più orientati all’orecchiabilità che ai trip sperimentali. Sono prodotti da un’etichetta decisamente di nicchia, la Woodsist, che oltre a loro ha fatto uscire Woods, Crystal Stilts e Kurt Vile,


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Altro capitolo della sbornia Acid Pop americana, i Ganglians sono idealmente sovrapponibili ai Fleet Foxes, sebbene meno bucolici e ispirati, o ai Dirty Projectors, ma più orientati all’orecchiabilità che ai trip sperimentali.
Sono prodotti da un’etichetta decisamente di nicchia, la Woodsist, che oltre a loro ha fatto uscire Woods, Crystal Stilts e Kurt Vile, definendosi come punto di riferimento degli amanti del freak pop psichedelico. In Europa escono con la tedesca Souterraintransmissions, che ce li ripropone a distanza di quasi un anno dal loro esordio, ingolosendoci con due bonus track tratte da un loro Ep.

L’album parte bene, con i trentadue secondi di “Something Should Be Said”che ne tracciano immediatamente la cifra stilistica, e scivolano nella coralità un po’ Beach Boys un po’ Shins di “Voodoo” e di “Candy Girl”.
I Ganglians hanno dichiarato che “Monster Head Room” è prima di tutto “Un bell’album di acid pop da ascoltare in cuffia”, e sentendo questi pezzi e la tripletta conclusiva (bonus track escluse) non si può che pensarla come loro.

Già con “Valient Brave”, però, con i suoi quasi sette minuti acidissimi, tirati e psichedelici che si stirano verso la fine arrivando persino a toccare i Kinks, le carte in tavola si mischiano non poco, e il gioco si fa decisamente più complicato. “Blood On The Sand”, poi, la prima delle due bonus tracks, pare addirittura lanciata verso ritmiche da dancefloor, slegata dai ricordi bucolici e sognanti che disegnano l’atmosfera del resto del disco.

Non semplice Acid Pop, quindi, non psichedelia e basta, nonostante i due episodi estremamente semplici ed azzeccati di “Lost Words” e “Cryin’ Smoke”, ma piuttosto un tentativo riuscito di rallentare l’atmosfera e giocare sul lato più lisergico e immaginifico di questi due generi, senza perdere di vista la godibilità dei pezzi né, tanto meno, gli stimoli verso la ricerca.

Francesca Stella Riva

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