[Acoustic Rock] Wino – Adrift (2010)

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http://www.myspace.com/winoschopperhttp://www.mainstreamrecords.de/ Wino va alla deriva e porta con sé tutti i suoi fan. Già, perché per il suo secondo album da solista Scott “Wino” Weinrich ha deciso per l’autarchia assoluta e ha scritto e suonato un disco (quasi) interamente acustico, impossibile da paragonare a qualsiasi altro lavoro realizzato in passato con i Saint Vitus, gli



http://www.myspace.com/winoschopper
http://www.mainstreamrecords.de/

Wino va alla deriva e porta con sé tutti i suoi fan.

Già, perché per il suo secondo album da solista Scott “Wino” Weinrich ha deciso per l’autarchia assoluta e ha scritto e suonato un disco (quasi) interamente acustico, impossibile da paragonare a qualsiasi altro lavoro realizzato in passato con i Saint Vitus, gli Obsessed o con le altre mille band nelle quali il musicista americano ha militato; né tantomeno “Adrift” ha qualcosa a che spartire con il suo diretto predecessore “Punctuated Equilibrium” (2009), quello sì un chiaro esempio dello stile per il quale il chitarrista è divenuto l’icona underground che tutti conosciamo.

Eccezion fatta per la sovraincisione di alcune tracce di chitarra elettrica in uno sparuto gruppo di brani – fra queste, particolarmente riuscito l’assolo hendrixiano in “I Don’t Care” – e per le tastiere presenti nella bizzarra “O.B.E.”, quasi tutte le canzoni vedono Wino accompagnare la sua nuda voce con il solo ausilio della chitarra acustica. Anche l’apporto della sezione ritmica è quasi totalmente assente, tanto che per sentire un accenno di accompagnamento batteristico bisogna attendere l’ultimo pezzo, il rapido “Green Speed”. Persino le due cover presenti nell’LP, “Shot In The Head” della british blues band Savoy Brown e “Iron Horse/Born To Lose” dei Motorhead (!), sono rilette senza il benché minimo uso di elettrificazione. Memori del granitico doom/stoner intriso di hard blues settantiano al quale l’artista ci aveva abituati (anche recentemente, se pensiamo all’esperienza negli Shrinebuilder), si rimane spaesati di fronte a quest’opera, che suona come una sorta d’incrocio fra il primo Bob Dylan e certi Led Zeppelin alle prese con il folk celtico (cfr. gli umori e gli arpeggi della title – track, ad esempio).

Eppure “Adrift” non è malvagio, anzi. Evidentemente Wino, giunto alla soglia dei cinquant’anni, ha sentito il bisogno di mostrare il suo volto più intimo e austero, componendo musica totalmente introspettiva e scarna di orpelli esteriori. Un’operazione per certi versi accostabile a quella compiuta da Zakk Wylde con “Book Of Shadows”, anche se molto, molto più radicale. E in ogni caso la sua chitarra sa essere dolce e malinconica quando serve – come nella strumentale “Suzanes Song” – ma non perde la capacità di graffiare quando ne avverte il bisogno, anche senza inserire la spina nel jack. Difficile dare un giudizio definitivo, ma “Adrift” merita una possibilità. Controverso ma coraggioso.

Stefano Masnaghetti

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