[Alt-Country/Bluegrass] William Elliott …

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  [Alt-Country/Bluegrass] William Elliott Whitmore – Animals In The Dark (2009) Mutiny – Who Stole The Soul – Johnny Law – Old Devils – Hell Or High Water – There’s Hope For You – Hard Times – Lifetime Underground – Let The Rain Come In – A Good Day To Die http://www.williamelliottwhitmore.comhttp://www.myspace.com/williamewhitmore Una voce sporca

 

[Alt-Country/Bluegrass] William Elliott Whitmore – Animals In The Dark (2009)

Mutiny – Who Stole The Soul – Johnny Law – Old Devils – Hell Or High Water – There’s Hope For You – Hard Times – Lifetime Underground – Let The Rain Come In – A Good Day To Die

http://www.williamelliottwhitmore.com
http://www.myspace.com/williamewhitmore

Una voce sporca e baritonale come la sua si immagina di certo più addosso ad un bluesman nero possibilmente ultrasettantenne piuttosto che ad un ragazzone longilineo e tatuato, eppure di questo artista si può dire tutto ma non che non sia genuino.
William Elliott Whitmore è originario dell’Iowa, dove ancora adesso vive e lavora nella fattoria di famiglia e ci propone un blues sporcato di country e bluegrass con evidenti intenti di critica sovversiva nei confronti dell’ormai defunto governo Bush e della società americana in generale.

Fratello assimilato della congrega punk e hardcore statunitense nonostante le evidenti incompatibilità musicali, ha diviso il palco con gente del calibro dei Pogues e dei Converge e conta al suo attivo ormai dieci anni di carriera e cinque album, vicini ad essere una specie di vangelo bianco ed arrabbiato del country e del blues più profondamente roots.

Con “Animals In The Dark”, uscito per la Anti, etichetta olandese sempre più interessata al country radicale, William Elliott Whitmore passa dalla sua vecchia dimensione di one man band ad un songwriting dal respiro più ampio, supportato da sessionmen di indubbio talento, che però invece di esaltare le sue canzoni finiscono per schiacciarle sotto il peso di un’uniformità poco interessante, come accade ad esempio in “Johnny Law”, accademica e già sentita fino alla nausea.

Per questo, le canzoni più interessanti finiscono per essere quelle meno “innovative” se ci si riferisce al suo stile, come l’iniziale “Mutiny”, che sarebbe addirittura a cappella se non fosse per il suono marziale di un rullante che la accompagna, o anche “Lifetime Underground”, grande lezione di bluegrass.

Belli i testi: anche se a volte possono risultare un po’ naif non dobbiamo dimenticarci che la voce che canta la disperazione per la lontananza dalla sua famiglia e la difficoltà dei “tempi duri” è comunque quella del figlio di un operaio delle ferrovie che continua, nonostante l’ormai consolidata fama, ad organizzare i suoi tour compatibilmente con i periodi della semina. 

Francesca Stella Riva

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