Andrew Bird Break It Yourself

3.5/5
Un agricoltore e il suo granaio, partiamo da questo. Scopriamo poi che l’agricoltore è Andrew Bird, e il granaio è sempre un granaio – ma non uno qualunque, il suo, poco fuori Chicago. Ora veniamo a sapere che l’agricantautore ha deciso di ammodernare il suo stabile, e renderlo uno studio di registrazione (cosa non si

Un agricoltore e il suo granaio, partiamo da questo. Scopriamo poi che l’agricoltore è Andrew Bird, e il granaio è sempre un granaio – ma non uno qualunque, il suo, poco fuori Chicago. Ora veniamo a sapere che l’agricantautore ha deciso di ammodernare il suo stabile, e renderlo uno studio di registrazione (cosa non si vanno a inventare sti americani, diranno alcuni). Beh, fatto sta che giunti ai primi del 2012, quel granaio ha dato i suoi frutti: il formato non è eco-compatibile, certamente non sono commestibili, ma altrettanto buoni e salutari, quello sì. I frutti, o meglio, il frutto si chiama Break It Yourself, un bell’LP di ben 14 tracce, ricco e ispirato in ognuna di queste.

Il polistrumentista trentanovenne continua con questo nuovo lavoro, successore di Noble Beast, sulla via di un folk rock tutto sommato abbastanza tradizionale, senza grandi sperimentalismi, dove l’elettronica viene confinata a qualche corredo scenografico qua e là, come nella semi-strumentale Desperation Breeds (traccia d’apertura narrante dell’estinzione delle api, e sulla conseguente fine della nostra specie). Si prediligono dunque le armonie classiche, riff molto melodici, e una voce quasi mai sopra le righe (Give It Away). Trattandosi di folk viene lasciato spazio ovviamente a momenti più concitati, sui toni delle vecchie danze irlandesi, come nella coinvolgente Eyeoneye, traccia tra le più in vista nel disco (che contiene anche nel suo testo il titolo di quest’ultimo). Per quanto riguarda i toni dei testi, questi si mantengono sempre su di una linea smaccatamente malinconica: basti pensare al tema di Lusitania, brano che tra l’altro è un bellissimo duetto tra Bird e Annie Clark, in arte St. Vincent, artista giovane e poliedrica, che ha sorpreso molti col suo ultimo lavoro Strange Mercy, uscito pochi mesi fa.

Il giudizio del pubblico, come spesso accade, si spaccherà nel venire a contatto con questo disco, per via di un genere che non si può dire certamente popolare (contrariamente a quanto l’etimologia della parola possa far pensare). Ma è un lavoro che chi ama i toni e le atmosfere di quei posti non si deve assolutamente lasciare scappare. Non rimane quindi che ringraziare quell’agricoltore, e senza alcun dubbio, quel suo granaio perso nell’Illinois.

Andrea Suverato


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