Arctic Monkeys – Suck It And See

arctic monkeys suck it and see recensione /5
“Succhialo e vedi“: con un titolo così pornografico e leggendario, tutto ti aspetti tranne che un album vintage-style. E invece. E non vintage tanto per fare, del tipo “che bello ho una Gibson del ’55 e registro analogico in uno chalet del Montana”: certo, ci sono gli assoli col fuzzettone, le chitarre quasi surf.. quello

Succhialo e vedi“: con un titolo così pornografico e leggendario, tutto ti aspetti tranne che un album vintage-style. E invece. E non vintage tanto per fare, del tipo “che bello ho una Gibson del ’55 e registro analogico in uno chalet del Montana”: certo, ci sono gli assoli col fuzzettone, le chitarre quasi surf.. quello che colpisce però è l’approccio di Alex Turner alle linee vocali. Continuando ad evolvere in modo inaspettato il suo modo di cantare, il frontman degli Arctic Monkeys eleva all’ennesima potenza il suo crooning, adattandolo a melodie anni ’60.

Quello che differenzia il disco dalla playlist di una radio di Oldies ‘n Goldies è il lavoro alla batteria dell’ottimo Matt Helders: pesta come se fosse nei Guns’n Roses più che nei Beach Boys, e crea il gradevole contrasto su cui poggia tutto l’album. Le melodie vintage portano più orecchiabilità pop rispetto al precedente Humbug (di cui comunque rimangono echi, come nella cupa e sinuosa “Don’t Sit Down ‘Cause I Moved Your Chair”) mentre la sezione ritmica lega il disco all’indie rock. Esperimento riuscito quindi? Meh. Il disco soffre per la disparità tra pezzi che pestano davvero e tutto il resto: solo “Brick By Brick” e “Library Pictures” sono rock diretti e coinvolgenti, il resto invece non sempre tiene su l’attenzione. I testi surreali poi non migliorano la situazione: ancora una volta le avventure da giovani alcolizzati del debutto lasciano il posto a ballate romantiche piene di nonsense e atroce umorismo inglese.

Il punto di forza del disco è la band in sé: il lavoro è solido e si sente che è una band unita, non svarionata dal successo, di amici che hanno davvero intenzione di creare qualcosa con la testa, non qualcosa di scontato. Però ecco, si tratta di uno di quei casi dove ad affascinare è più il contorno, l’aura della band e le intenzioni rispetto alle canzoni in sé. E si finisce inevitabilmente a paragonare questo mare di sonno ai primi dischi, quelli dove si ballava e scapocciava.

Se gli Arctic Monkeys vi hanno stufato da tempo, questo disco non cambierà le carte in tavola. Se siete dannati hipster affamati di novità da NME, questi rimangono ancora i campioni della supponenza britannica.

Marco Brambilla

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