Beach House Bloom

Beach House Bloom Recensione 3.5/5
Fase ricca di novità provenienti dagli Stati Uniti: se da un lato la west coast è bagnata dalle good vibrations surf rock dei Best Coast, la east coast sogna al ritmo dei Beach House.  Il duo proveniente da Baltimora ha difatti appena sfornato il quarto album in carriera, dopo una canonica pausa di due anni

Fase ricca di novità provenienti dagli Stati Uniti: se da un lato la west coast è bagnata dalle good vibrations surf rock dei Best Coast, la east coast sogna al ritmo dei Beach House.  Il duo proveniente da Baltimora ha difatti appena sfornato il quarto album in carriera, dopo una canonica pausa di due anni dall’ultimo disco, quel Teen Dream che tanti elogi gli era valso in patria e non solo.

Il lavoro in questione si intitola “Bloom”, e sboccia in un momento particolarmente propizio per la band: è ormai alle porte la stagione dei festival estivi, che vedrà il duo impegnato in varie occasioni (tra le quali da segnalare è certamente la partecipazione alla prima giornata del Rock en Seine 2012 – insieme a Bloc Party, Sigur Rós, Placebo ecc.). Un buon modo per dare visibilità ai nuovi brani, insomma.

Il disco si snoda mirabilmente tra lente ballate psichedeliche scandite dalla drum machine, salda base per le sovrastrutture melodiche formate da tastiere, organi e samplers che ci immergono in un’atmosfera  Eighties, accompagnati dai riff del chitarrista Alex Scally. Ed è su queste basi sognanti che si dispiega la calda voce di Victoria Legrand, a tratti sfumata, poi echeggiante – sempre adatta a colpire a fondo l’ascoltatore.

Anche se tutte le canzoni sono omologate a queste condizioni, non si può far a meno di sottolineare come alcune si distacchino per dei tratti peculiari che acquistano però una significativa importanza nel complesso: dal gusto epico-teatrale di “Myth”, si passa ai brillanti intrecci sonori di “Lazuli”, concludendo poi con la romantica raffinatezza di “New Year”.

Andrea Suverato


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