Blood Ceremony – Living With The Ancients

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A tre anni di distanza dal loro debutto omonimo, ritornano i canadesi Blood Ceremony con un disco che poco o nulla ha da invidiare al sontuoso predecessore. Era difficile confermarsi, considerando anche il genere praticato dalla band, non esattamente l’ultima novità in fatto di ricerca musicale. Eppure, grazie a doti compositive superiori alla media e

A tre anni di distanza dal loro debutto omonimo, ritornano i canadesi Blood Ceremony con un disco che poco o nulla ha da invidiare al sontuoso predecessore. Era difficile confermarsi, considerando anche il genere praticato dalla band, non esattamente l’ultima novità in fatto di ricerca musicale. Eppure, grazie a doti compositive superiori alla media e ad un’invidiabile capacità di calarsi nella parte, “Living With The Ancients” non delude affatto.

Il titolo, fra l’altro, potrebbe prestarsi a due distinte chiavi di lettura: sicuramente il gruppo lo intende in senso magico ed esoterico, ma è lecito anche pensarlo in chiave puramente sonora; i nostri vivono davvero con gli antichi, ossia con i mostri sacri dei Settanta, dai quali hanno appreso davvero tutto quello che sanno fare. Si assiste ancora una volta, quindi, alla bizzarra fusione tra i riff dei Black Sabbath e il flauto dei Jethro Tull, le due componenti che più caratterizzano il sound del complesso, che in realtà è dotato di uno spettro musicale ben più ampio, in grado di abbracciare l’hard rock di Uriah Heep e Deep Purple e di trasporlo in una sorta di prog – folk tenebroso ed ossianico, grazie al massiccio uso di un lugubre organo e agli insistiti riferimenti a band come Black Widow, Jacula, Necromandus e altre ancor più misconosciute sorte nel sottobosco underground di quarant’anni fa, anche italiano. Non da ultimi i Coven del cult album “Witchcraft Destroys Minds & Reaps Souls”, con i quali i Blood Ceremony condividono il cantato femminile; infatti dietro al microfono c’è sempre la bella e brava Alia O’Brien, che si occupa anche di flauto e organo.

Come già detto, le differenze rispetto al passato sono minime. Quella forse più evidente è il leggero aumento della componente progressiva, che si nota soprattutto nelle maestose code strumentali dell’apripista “The Great God Pan”, della conclusiva “Daughter Of The Sun” e di “Oliver Haddo”. Altrove è invece un più luminoso folk rock a farla da padrone, nelle fragranze ancestrali di “Coven Tree” così come nei medievalismi delle brevi strumentali “The Hermit” e “The Witch’s Dance”, fino a giungere al maggiormente lineare hard’n’heavy virato doom di episodi come “My Demon Brother” e “Morning Of The Magicians”, affine per certi aspetti ai compagni di scuderia Witchcraft.

“Living With The Ancient” è insomma un altro centro per la Rise Above di Lee Dorrian (Cathedral), che risulterà molto gradito a chi segue con interesse le ultime uscite della label inglese e apprezza quel genere di sonorità vintage che da noi vengono portate avanti soprattutto da etichette come la Black Widow e affini. Consigliato.

Stefano Masnaghetti

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