[Blues/Post] Wildbirds And Peacedrums – …

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  [Blues/Post] Wildbirds And Peacedrums – The Snake (2009) Island – There Is No Light – Chain Of Steel – So Soft So Pink – Places – Great Lines – Today/Tomorrow – Liar Lion – Who HoHo Ho – My Hearthttp://www.myspace.com/wildbirdsandpeacedrumshttp://www.theleaflabel.com Una voce come quella di Mariam Wallentin non si incontra molto spesso: incredibile sia

 

[Blues/Post] Wildbirds And Peacedrums – The Snake (2009)

Island – There Is No Light – Chain Of Steel – So Soft So Pink – Places – Great Lines – Today/Tomorrow – Liar Lion – Who HoHo Ho – My Heart

http://www.myspace.com/wildbirdsandpeacedrums

http://www.theleaflabel.com

Una voce come quella di Mariam Wallentin non si incontra molto spesso: incredibile sia per potenza che per controllo, gioca infatti una parte importantissima nello sviluppo dello stile di questa band svedese.
Suonare avendo a disposizione solo delle percussioni ed una voce, per quanto bella, non può essere vista che come una decisione estrema, coraggiosa ed inusuale e, senza questa premessa, del disco si godrà ben poco. Vero è che rispetto al precedente “Heartcore”, qui l’impasto musicale si arricchisce di altri strumenti quali xilofoni, percussioni e vari strumenti etnici, ma bisogna comunque ricordare che “The Snake” è chiaramente un prodotto “di nicchia”, non apprezzabile al primo ascolto se non da veri amanti del genere.

Se per la destrutturazione sia delle canzoni che, più in generale, di tutta la tradizione blues questo gruppo ricorda gli Old Time Relijun di Arrington De Dionyso, c’è da dire che risulta molto più facile da digerire al primo ascolto rispetto a qualsiasi lavoro della band di Olympia, rimanendo però altrettanto interessante.

All’interno dei quarantatrè minuti di “The Snake” convivono influenze black e tribali di brani come “There Is No Light” e “Places”, che probabilmente sono il più naturale sfociare di un gruppo in cui la ritmica fa per forza da padrona, alternate a brani profondamente influenzati dal trip-hop:  “So Soft So Pink”,  ad esempio, è morbida come potrebbe esserlo una canzone dei Portishead. Altrettanto si può dire della conclusiva “My Heart”, che vede nella sovrapposizione di più tracce di cantato l’unico atto “artificiale” in tutta la registrazione e che ci fa ben sperare in un futuro ancora diverso, più aperto, per questa band che ha capito benissimo come lavorare, ma che, dopo due album molto simili, avrebbe forse bisogno di cambiare un po’ aria.

Francesca Stella Riva

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